. . . . . . . . . . Vieni qui dove
Tra ’l marmifero Torri, e la pescosa
Torbole, Re de gli altri altero monte,
La soggetta Malcesine, l’amena
Primogenita sua Baldo vagheggia.
AL SIG. CURZIO SPRENGELPROFESSORE DI MEDICINA E DI BOTANICA NELL’UNIVERSITÀ DI HALA IN SASSONIALettera I.a Sul Lago di Garda
Quello, che da assai tempo io vi ò promesso, eccovi finalmente, o mio celebre amico. Vi esporrò adunque ciò, che vidi al Benaco e al monte Baldo nelle frequenti gite, che feci in que’luoghi deliziosi veramente ed ameni sopra il credere di chi non li vide. Che se avverrà, che dal mio dire vi venga alcun diletto sinfinito ve ne verrebbe certamente, dove vi piacesse scorgere per gli occhi vostri ciò, che ora scorgete per le parole altrui. Le quali e sia per colpa del dicitore, e sia per diffetto di linguaggio mal giungono ad esprimere in tutto quel che nell’anima si sente.
Ora perchè l’ultima volta appunto, ch’io fui in que’luoghi, percorsi l’intera circonferenza del Lago, e visitai in ogni sua parte monte Baldo, ò in pensiero di descrivervi tale ultima gita ; la quale non vi so dire quanto mi riuscisse deliziosa e cara. Imperocchè alla sempre nuova dolcezza della cosa s’aggiungeva la dolcezza dell’amicizia.
Di già nello scorso inverno io e tre miei amici amatori dell’istoria naturale avevamo divisato, come prima la stagione il permettesse, recarsi a diporto insieme e ad istruzione al vaghissimo Lago di Garda. E venuto il tempo di mandare ad effetto il proponimento, e già essendo noi acconci alla partenza, oh diss’io,
sarebbe pur vergogna per giovani naturalisti solcar l’onde del Benaco, e non salir monte Baldo, i cui piedi bagnano l’onde stesse. Dico adunque doversi a un tempo ascendere la montagna, che voi sapete essere carissima agli amatori della Botanica. Piacque a tutti la proposta : però quando sgombre si videro di neve l’alte vette del monte, ci ponemmo in cammino. Era il solstizio d’estate, e partimmo sull’alba da Verona, e per una piacevole via tra colle e colle arrivammo a Bardolino, villaggio amenissimo sulle sponde del Lago.
Il Lago di ch’io vi favello stendesi da settentrione a mezzo giorno pel tratto di circa trenta cinque miglia (1), e giace tra le fauci dell’alpi retiche, le quali a mano a mano declinando l’abbracciano da Riva che n’è capo, fino a Peschiera che n’è l’estremità. Meno di tre miglia largo da prima vassi ampliando sì, che da Torri a Maderno è incirca sette miglia, e infine da Salò -a Garda non è minore di dodici. La sua superficie s’innalza sopra quella dell’Adriatico metri 77. 82. (2). La sua profondità varia senza fine : la maggiore è a settentrione poco lungi da Campione
sotto la Madonna di Monte Castello, e ciò ch’è singolare a pochi passi dalla rupe, che fa parete al Lago, ove arriva a centottanta metri, laddove nel mezzo la profondità maggiore è di cento trenta (1).
Al cominciar della state, gonfiatisi i fiumi, che metton foce nel Lago, s’innalzano le acque a più d’un metro, ed escono in varj luoghi del bacino : a tale epoca la navigazione è ben sovente pericolosa. Veggonsi dal suo seno sorgere tre vaghe isolette (2), e vaghissima è poscia la penisola Sermione, che s’avanza fra le limpide onde del Lago. Metton foce in esso il fiume Sarca a settentrione tra monte Breonio e Peneo, e il Ponale, e la Brasa, e Tusculano, ed altri piccoli torrenti a ponente. A Peschiera n’esce il Mincio. E muovon poi le acque del Lago due venti periodici, che spirano la più parte dell’anno, e che sono sommamente favorevoli alla navigazione (3) : perocchè
uno vien da tramontana, e spira da intorno alla mezzanotte al mezzodì, l’altro trae dall’austro, e dura dal mezzodì a sera (1). Ed è quel primo sì violento, che concilia al Lago quell’aspetto tanto minaccioso, e sì lo sconvolge, che
Col fremito dell’onde al mar s’agguaglia (2). Però la direzione di tali venti viene in più luoghi cambiata dalle faucì de’monti, che sboccano verso il Lago, onde si destano varie correnti.
Temperata e purissima è l’aria, leggerissime e limpidissime sono le acque. Ma come dipinger le sponde ? Che non fece la natura, onde compreso fosse lo spettatore d’infinito diletto, di stupore infinito ? Imperocchè gli orridi dirupi del settentrione, e le balze spaventose mutansi presto nel piegare al meriggio in ridenti pendici, in collinette coperte di gelsi, d’olivi, di viti, e de’più cari doni del pomifero autunno. Apparisce novellamente la scena solitaria ed aspra, e siamo a nuove rupi, a massi ignudi e minaccianti, al silenzio, all’orrore, a cui succede di nuovo il gajo aspetto della verzura e de’dolci colli. Nè si può dire, di che incanto sieno i giardini vaghissimi, che adornan quei lidi, dove la fragranza de’cedri e degli aranci ne rimembra i tanto decantati da poeti d’Alcinoo e delle Esperidi.
A Bardolino dimorammo alcunid ì presso uno de’nostri compagni, e furono veramente deliziosi : bello il cielo, tranquillo il Lago, su cui in leggerissima barchetta
scorrevam volando. Da Bardolino avviandoci a settentrione venimmo a Garda. Da questa terra prende ora nome il Lago un tempo Benaco. Giace nel fondo d’ampio seno, e sulla vetta d’una rupe perpendicolare all’onde eravi a’tempi andati una rocca. Ora è luogo di cara solitudine, alla quale si giunge per un sentier tortuoso fiancheggiato da annosi cipressi,
Dall’alto dell’eremo scorgesi piacevolmente da un lato il Lago, dall’altro la ferace valle di Caprino.
Poc’oltre a Garda s’incontra il promontorio di S. Vigilio, che è veramente il più ameno luogo della sponda veronese. Imperocchè posto a mezzodì, e difeso a settentrione da monte Baldo, che ivi comincia ad erger le sue cime, si può dire che goda una perenne primavera. Crescon ivi a cielo aperto piante delle più calde regioni, e fiorisce tra le fessure degli scogli i’Agave americana. I colli all’intorno son tutti coperti di robusti olivi, di viti, e d’alberi fruttiferi, e qui colgonsi in primavera ottimi fichi, i quali resisterono al rigore dell’inverno. L’arte poi s’aggiunse alla felicità della natura, e sulla sommità dello scoglio che sporge sul Lago collocò un vago giardino, tutto di cedri ed aranci odoroso, ed alto e magnifico s’innalza un palagio, d’onde l’occhio vagheggia l’intero Lago, e l’opposta sponda bresciana. Ora seguendo il cammino incontriam varj villaggi. Sono essi Torri, Castelletto, Brenzone', e Malcesine, ch’è di tutti principale, Oltre al qual luogo restringesi il Lago assai ; n on
v’àn più colli, e ignudo apparisce da una banda, ed orrido il torreggiante fianco di Baldo, dall’altra stanno. gli inospiti e inaccessibili monti bresciani. Qui cupo è il Lago e melanconico. Ma vaghissima è la sponda settentrionale. Fra Torbole e Riva vedesi serpeggiante scorrere per angusta valle, e sboccar nel Lago il fiume Sarca, e amenissime colline s’elevan all’intorno, che a mano a mano più alzandosi fansi selvose ; quindi son fine a tutto l’altissime alpi eternamente nevose.
Passammo adunque alla sponda occidentale, la quale è veramente più della veronese deliziosa, Posta tra levante e mezzogiorno gode d’una temperatura sommamente dolce, oltremodo favorevole alla vegetazione, e alla salute, e al buon umor degli uomini. La spiaggia è cospersa di giardini bellissimi, da cui esce olezzo soavissimo di cedri e di aranci. Efra le prime cose ond’avemmo a meravigliare si fu la caduta del Ponale, che dagli alti dirupi gittasi con tre passi nel Lago. Rumoreggian l’onde, che si spezzano, e gli spruzzi di contro al sole d’ogni più vago modo si dipingono. Scopresi quindi fra le ignude balze la romita piaggia di Limone non meno che altra amena, e appresso la piccola di Campione. Ma scena giocondissima n’offerse l’ampio seno di Gargnano, sicchè ogni altro luogo a noi parve men bello : e colline qui vedi e pendici ridenti di prati e d’erbe odorifere, e d’olivi e d’alberi fruttiferi coperte, e di leandri e d’allori : tra case e palagi superbi s’ammirano i più leggiadri giardini di aranci e di cedri, e dell’olezzo e fragranza, che da essi ne venìa, t utto pieno. In seguito visitammo Tusculano rinomatissima per le sue cartiere fabbricate sul fiume dello stesso nome, del pari che per le fucine di ferro ivi condotto dalle
miniere delle valli vicine. La feracità e amenità di questi luoghi avventurosi trasse per avventura anzi ogn’altro gli nomini ad abitarlo fin da tempi i più rimoti-. Vuolsi che quivi fosse l’antica Benaco, che diè il nome al Lago, perduta dicono per tremuoto, e secondo altri per innondazione avvenuta al principio dell’era nostra. Ed oltre le belle iscrizioni da noi qui vedute non meno che nelle prossime terre (1), altro monumento credette taluno di scoprire sotto l’onde, le reliquie di quella città. La di lei esistenza però reputano altri favolosa,
IO e l’antico nome amano derivare dalla piccola. terra di Naco situata alle radici del monte Peneo. Ma lasciando tai cose dico, che abbandonato Tusculano tosto’ne sì fe’incontro Maderno. Fummo poscia al ridente seno di Salò, tutto cinto d’amenissime e fruttifere colline, e salutato Gazano patria di Bonfadio infelice, e veduto Manerbe, o com’altri vuole Minerva, giungemmo a Desenzano terra grossa e fiorente per commercio, quindi a Rivoltella. Ma a sè ne traea la venusta Sermione, dove tra le rovine e le antiche volte ancor ne parve risonasse la voce del tenero cantore di Lesbia. Vedemmo l’ittiogena Peschiera, e l’origine del Mincio, nè dimenticato Lazise ci riducemmo a Bardolino.
V ? ò dipinto del modo, che meglio ò saputo, le bellezze del Lago. Voglio ora soddisfare alla vostra dotta curiosità, e vi dirò quel che mi venne fatto di scorgere rispetto a storia naturale.
Per ciò che spetta alla costituzione delle sponde, la veronese formata in gran parte da monte Baldo consta al par di questo di una calcare stratificata di color bigio perlato o bianchiccio, e talora incarnato, a frattura liscia e terrosa, piena di petrificazioni marine. Mancano però quivi le rocce trappiche. Tutta la falda di Baldo è sparsa di ciottoli porfirici e granitici smussati e rotondati dalle acque. La curiosità più singolare, che dassi a vedere in questa sponda, è il marmo giallo di Torri di varie tinte, fra le quali pregevolissimi sono il marmo azzurro, e il giallo con ammoniti spatificate. Le cave esistono in copia sulla pendice di monte Baldo, sovente ascoste sotto un’argilla schistosa o ardesia di color rosso, e frammiste a filoni perpendicolari di ematite di ferro, e a varj strati di marmo bianchissimo e
variopinto in rosso. I colli poi, che dalle radici di monte Baldo vanno declinando fino a Peschiera, sono nella massima parte terreni d’alluvione, constando ora di arena ammonticchiata, ora di breccia composta di sassi calcari porfirici e granitici impastati da cemento calcare.
I monti della spiaggia settentrionale e di quella da ponente constano al pari della veronese di calcare stratificata, o di marna calcare con frequenti vestigia di corpi organizzati marini petrefatti., come Veneri, Mitili, ed altre conchiglie bivalvi, Corni d’ammone, Retipore, Madrepore, Echini, ecc., e frammiste a pietra focaja ora in massi, ora a piccoli strati e di molte fatte, massime verso Gargnano, dove oltre la focaja comune. rossiccia rinviensi la bigia, la gialla nereggiante, e l’azzurra, e la verde, talora insieme connesse, ed ora più ora meno trasparenti. La massa calcare il più è bianca o rossiccia ; ma a Gargnano, Campione, Salò, e all’Isola de’Frati presenta varie gradazioni di colori, dal cinerino all’azzurro e al nero, e riceve anche pulimento, siccome il vago marmo nero di Tremosine. Questa fatta di calce colorata stropicciata manda un odore fetente. Nella calce e marna azzurrognola dei monti di Campione sono racchiuse palle più o meno voluminose di silice sovente coperte d’un astuccio calcare più duro della roccia, simili a quelle rinvenute dal Prof. Maironi da Ponte nel monte Misma del Bergamasco, e dal Prof. Catullo nel monte Carrera del Bellunese. Alcune di tali palle però constano interamente di calce o di marna indurita. I colli Salodiani sono a luogo a luogo di terza formazione. Tutti poi sono cosparsi di cristalli di quarzo in prismi bellissimi e di ciottoli di diaspro giallo e rosso ed altre
tinte, non che di calcedonie, agate, e corniole eleganti, e petroselci squamosi il più rossicci.
L’arena della spiaggia è costituita di ciottoli calcari dagli adjacenti monti caduti, frammisti a sassi e frammenti angolosi granitici e porfirici bellissimi di molte fatte, e di schisto in ispecie, cui le acque de’torrenti ànno staccato dalle rocce, che costituiscono gl’interni monti bresciani. Imperocchè ivi esistono ampi tratti formati di schisto argilloso, cui talora è sovrapposta la calcaria, e le serve di base un’arenaria rossa o grauvachia composta di frammenti più o meno voluminosi di quarzo impastati in un cemento argillo-ferruginoso rossiccio, e mescolato di squamette di mica. Lo sclisto micaceo è all’arenaria ben sovente sottoposto, e tal rara volta sovrapposto. Fra le fenditure degli strati poi apparisce lo spato calcare in prismi esagoni elegantissimi. Entro a tali rocce stanno pure le rinomate miniere di ferro, che lavoransi nelle fucine fabbricate sui fiumi Brasa e Tusculano. Sul margine meridionale finalmente del Lago scorgonsi qua e là piccole stratificazioni di torba.
Un fenomeno singolare noto da lunghissimo tempo offre il Lago al lato orientale di Sermione. Osservando attentamente la sua superficie scopresi una congerie non interrotta di bolle d’aria talora fumanti ; che in cinque distinte parti escono gorgogliando sulla sopraffaccia dalla profondità d’incirca 70 metri. Una sesta sorgente apparisce più addentro nel Lago. L’odore di tali bolle è d’uova fracide inclinante al sulfureo, il sapore acidetto. Alcuni sperimenti ànno svelato in esse gas acido carbonico e gas idrogeno solforato.
Altro fenomeno, di cui mi fecero accorto i pescatori, è una corrente subacquea da essi detta il corrivo, la quale quando esiste sconvolge e ammucchia loro di tal fatta le reti, che sono astretti a desistere dalla pescagione. Questa ò veduto a Lazise, a Bardolino, a Garda, ma assai entro il Lago : rapidissima poi è aS. Vigilio, a Torri, Malcesine, Limone, Campione, Gargnano. Essa à due direzioni, o da mezzodì a settentrione, o da settentrione verso austro. La superficie del Lago sovente non dà verun indizio dell’esistenza del fenomeno, mentre o è placida, o è appena lievemente increspata, ovvero le sue onde sono agitate in senso opposto. Continua talora due o tre giorni, e persevera nell’incominciata direzione. Secondo quello che affermano i pescatori suole apparire il corrivo dopo grandi burrasche. Le due prime volte appunto, ch’io osservai il fenomeno, il dì e la notte antecedente il sovero ovvero tramontano avea sconvolto l’onde benacensi, e la direzione era da mezzogiorno a settentrione. Una terza volta vidi la corrente in direzione opposta, e nel giorno antecedente fuvvi un fiero turbine cagionato dall’Ora o vento meridionale. Dal che ne emerge, che la cagione di un tal fenomeno sono i venti, i quali sospingendo violentemente le onde ora a una estremità del Lago ora all’altra, le costringono a schiudersi una corrente opposta negli strati inferiori onde ristabilire 1° equilibrio. Che quello che asseveriamo sia vero, il conferma l’osservazione di ciò che interviene nella parte meridionale del Lago, come a Bardolino, Lazise, Maderno, Tusculano. Quivi il bacino essendo molto ampio, e potendo le acque rifluire liberamente, l a corrente subacquea e di gran lunga meno rapida che a S. Vigilio, a Torri, e nelle
parti più settentrionali. Oltracciò, avendo quivi frequente dominio altri venti oltre i due principali, assume la corrente altre direzioni, vale a dire da oriente verso occidente, o da occidente, in oriente secondo che il vento preceduto muoveva da occidente ovvero da oriente.
I vegetabili che crescono nelle acque del Lago sono pressochè tutti quelli che si rinvengono ne’luoghi acquatici e palustri. Però fra le fenditure delle rupi germogliano varie piante delle regioni australi. Eccovii l catalogo delle principali che ò rinvenuto e nelle acque e sulle sponde, aggiunto alle meno comuni il luogo dove nascono.
Agave americana. Nelle rupi a S. Vigilio, Limone, Garnano, Tusculano, Salò, Isola dei frati. ;
Erythraea Centaurium. E. caule tetragono dichotomo corymboso, foliis ellipticis trinerviis, floribus sessilibus, calycibus quinquefidis, corollae tubo dimidio brevioribus. Mihi. Copiose circa Piscariam, Malamscilicem et alibi. Ann.
* —— —— intermedia.Mihi. Chironia intermedia. Mérat Nouv. flor. de Paris pag. 91. E. caule ramoso dichotomo, compresso-tetragono, foliis ovatis, summis linearibus, floribus pedunculatis, calycibus quinquepartitis corolla tubo subaqualibus. Mihi. Provenit in pratis humidis secus lacum in loco dicto Lugana Sirmionem inter et Arelicam. Augusti initio florentem legebam. Mihi occurrit etiam secus Ticinum fluvium ; nec non ad thermas Aponinas in colle dicto il Montiron, post Junii mensis initium florens. Ann.
Eupatorium cannabinum.
Euphorbia Lathyris. Alla Pieve
vecchia di Minerva in valle
Tenesi, presso l’antica iscri-
zione superiormente recata.
—— nicaensis
—— palustris. Sermione, Pe-
schiera, Lugana.
Euphrasia tricuspidata. Cam -
pione, Ponal, Malcesine.
Evonimus latifolius. Malcesine.
* Favolus mori. Mihi. Hexa -
gonia mori. Pollin. Hort. et
prov. veron. pl. nov. vel min.
cogn. pag. 35. fig.2. Malce-
sine, Bardolino, Salò.
Nell’Opera citata è creato il genere Hexagonia con un fun- go, cui non seppi riferire a nessuno degli ammessi dal Per- soon nella sua celebre Synopsis methodica Fungorum. Ora trovo che il Sig. Beauvois nella Flora dell’Owar e Benin à stabilito il genere Fuvolus, che à appunto i caratteri della mia Hexagonia. Addotto pertanto un tal genere come al mio anteriore, e ad esso riferisco come nuova specie la mia He- xagonia mori.
Senecio aquaticus : foliis inferioribus obovatis subdentatis, reliquis pinnatifido-lyratis dentatis, radio patente, seminibus glabris. Mihi. Nei luoghi umidi.
—— Jacobaea : foliis radicalibus petiolatis ellipticis dentatis, caulimis imis pinnatifido-lyratis, reliquis semiamplexicaulibus pinnatifidis, radio patente, seminibus hirsutis. Mihi. Nelle selvette dei colli a Castelletto, e in valle della Sarca.
—— turbinata. Mihi. Sermione, Isola dei frati. Vedrassi la descrizione inferiormente.
Utricularia vulgaris. Peschiera.
Valeriana dioica. Peschiera, Bardolino.
—— officinalis.
Valeriana rubra
——β fl. albo. Rocca di Garda, fra le fenditure della rupe.
Vallisneria spiralis.
Verbascum Blattaria
—— Lychnitis
—— —— β fl. albo.
Verbena officinalis.
Veronica Anagallis
—— Beccabunga
—— officinalis. Ponale, Campione, Malcesine.
———— prostrata
—— spicata. Torri, Gargnano.
Viburnum Lantana
—— Opulus. Bardolino, Sermione, Peschiera.
Vicia lutea. Malcesine, Gargnano.
Vitis vinifera.
Zyzyphus Paliurus
—— vulgaris.
Molte e squisite specie di pesci annidano nel Benaco, parte d’acqua dolce, parte originarj del mare ; infra i quali merita particolare menzione il carpione. Crescono quivi i pesci a mole meravigliosa, e sono saporitissimi. Quelli da noi osservati sono i seguenti:
Caput conicum obtusum; mandibulæ dentibus minutis acutis armatæ, superiore longiore; oculi rotundi, pupilla nigra, iride argentea vel citrina; branchiarum opercula mollia; dorsum convexum; linea lateralis recta; abdomen albicans; anus in medio corporis; pinna dorsalis, caudalis, et pectorales cinereæ, fusco-maculatæ, analis et ventrales hyalinæ.
C. pinna ani radiis 7, cirris 2, cauda bifida. D. 10-11. P. 8. V. 8. A. 7. C. 18-19.
Non è questo il Temolo dei popoli d’Italia, Salmo Thymallus, il quale abita nel nostro Adige, nel Ticino, e in altri nostri fiumi ; ma è un pesciolino della lunghezza al più di otto centimetri (incirca un palmo), di un sapore dilicatissimo, non molto comune» e che si suole pescare solo nella stagione iemale, Appartiene ai Ciprini barbati, come quello ch’è fornito di due cirri alla bocca ; à dieci o undici raggi alla pinna dorsale, otto o nove alle pettorali, otto alle
ventrali, sette all’anale, diciotto, o diciannove alla coda. A’il capo conico con due fossette bislunghe nella fronte avanti agli occhj, l’iride argentina ? la mandibola inferiore appena un po’più breve della superiore ; i coperchi delle branchie lisci ; la linea laterale dritta ; il corpo coperto di squame poco distinte, d’un colore cinereo lucido con macchie oscure ; le pinne cinerine con punti e striscie fosche.
Prima di chiudere questo articolo piacemi farvi un cenno d’un pesce della famiglia de’toracici, il quale comunque non sì rinvenga nel Benaco, pure non vuole essere negletto, perchè da niuno, a quello ch’io sappia, venne ricordato come abitatore de’nostri fiumi. È questo il Pleuronectes flesus, tigurato dal Block nella tav. 44, e definito dal Linneo nella Fn. svedese nel seguente modo,, P. oculis dextris, linea laterali aspera, spinulis ad pinnas. D. 55. 62. P. 10-12. V. 6. A. 40. 41. 43. C. 14.17. Se ne pesca di varia grandezza in primavera, nella state, e in autunno ne’fiumicelli Tartaro e Molinella, il primo de’quali comunica col Po, e il secondo mette nel primo. Ora sapendo noi, come il Pleuronette fleso, o Passero fluviatile soglia in primavera montare dal mare nella foce de’fiumi, onde deporre le uova nell’acque dolci, potrebbe credersi originario dell’Adriatico. Ma può essere eziandio, che abiti costantemente, e si moltiplichi nei suddetti luoghi, mentre vive bene nell’acque dolci, ed è noto, che gli abitatori della Frisia l’ànno trasportato ne’loro stagni, e reso famigliare.
Oltre del Gambero comune, Cancer Astacus, rinvengonsi al nostro Lago due granchietti. L’uno è il Cancer Squilla (Gamberozoli volg.), che abita infra l’erbe
palustri tanto del Benaco, quanto delle risaje nostre, ed è la varietà a rostro dritto. L’altro è il Cancer Pulex { Salterello volg.) ; ritrovasi nel greto a quattro dita, dove si moltiplica prodigiosamente. Dalla sua bocca esce un umore corrosivo, atto a sciogliere la terra. E poichè nelle ore calde suole escire dal covacciolo, reca sommo danno alle tele di lino e di canape, che si stendono dai benacensi ad asciugare ed imbiancare sulla spiaggia, mentre le foracchia di mille modi con l’umore onde si prepara l’alimento. Fu scoperto anche in alcuni pozzi di Verona, e nelle terme di Caldiero.
Io vorrei tesservi un intero catalogo degli augelli, che frequentano il Benaco, molti de’quali rinvengonsi pure nelle nostre risaje ;m a finora non fu possibile istituire un distinto esame di tutti. Quelli che da noi furono esaminati e preparati in diverse occasioni sono i seguenti : Nome scientifico. Nome italico e volgare.
Ardea stellaris —— —— Il Trombone o ia Trabucine. Ital Ta-
—— comata ? —— —— Airone.
—— botaurus ?. —— Airone.
—— nycticorax Airone.
rabello. Veron.
Zeron.
Veron.
Veron.
—— Ciconia a ua Cicogna. Ital. Zigogna. Veron.
—— Garzetta —— Garzetta. Veron.
—— cinerea. _ La Sgarza o Airone cinerino. Ital.
Seolopax Glottis. Totane,
Limosa. Venez.
Ma poichè io v’è fatto parola degli augelli, che visi+ tano l’onde del Benaco, piacciavi che vadduca il nome pure de’principali fra quelli che abitano o passano pei colli benacensi, e per gli altri monti veronesi, o che frequentano le risaje nostre e i luoghi palustri (*). Però rispetto ai nomi vernacoli debbo avvertire darsi il caso, non a vero dire frequente, che tale augello sia chiamato con diverso nome nelle diverse parti della Provincia, e avvien pure ehe lo stesso nome diasi a più specie congeneri. Una tale considerazione mi fia per avventura scudo contro la taccia d’inesatto nomenclatore.
benacensi pendici, o albergano nelle acque, o s’ascondono nel fimo, o si pascono dell’erbe dei prossimi monti ? La loro enumerazione eccederebbe i limiti d’una lettera, ned io sarei da tanto. Abbandono quest’oggetto all’amico Bernardino Angelini, per opera del quale escirà spero fra non molto !' Entomologia veronese. Intanto per non lasciare al tutto digiuna la vostra curiosità m’accontentero d’annoverarvi alcuni per noi rinvenuti, pregevoli o per la rarità o per l’eleganza delle loro forme e colori, La nomenclatura è quella del Systema nature di Gmelin, dove non sia
citato altro autore. Corrorreri (°)
Scarabaeus sacer. Sui colli.
—— mobilicornis. M. Baldo.
—— nasicornis
—— Fallo. Sui monti Lessini e Vicentini,
—— Silenus, M. Baldo.
—— Eremita. M. Baldo.
—— argenteus.
Lucanus Capreolus
—— caraboides
—— parallelipipedus,
Nitidula strigata
Curculio barbarus
—— roridus. Valle di Ronca.
—— Abietis. M. Baldo.
—— Pini. M. Baldo e Lessini
Cerambyx oculatus
—— Salicis
Cerambyx moschatus
—— alpinus. M. Balda.
—— eoriarius
—— Faber
—— trifasciatus
—— hafniensis.
Mycetophagus testaceus. Fabre Latr. Nei funghi corlace !.
Dermestes boleti. 7 illers. Nei fanghi.
Carabus germanus
—— sycophanta. Al Lago.
Elmis Maugetii. Latr. Nella Linkia verrucosa, e sotto le vietre in un ruscello presso la Musella sui colli.
Lampyris italica
—— noctiluca.
(*) Su i Coleotteri appariscono non di rado delle macchie
bianchissime, cotonose, bislunghe o irregolari, le quali co-
prono a modo di anello le articolazioni, specialmente del capo
col tronco, e del tronco coll’addome. Osservate tali chiazze
a m microscopio composto mi venne veduta un’infinità di es il is-
simi filament i se mpli ci, nudi, ed eguali, talora affastellati, 1
quali spuntano da uno strato bianco. Da che ò conchiuso es-
sere un Bisso o Fungo bissoideo appartenente al genere De-
matium de l Persoon, e l’ò chiamato = Dematium coleopterum :
bresciana del Benaco particolarmente al luogo detto 2 prato
della fame. Ai primi d’Agosto aperti i suoi frutti offerironsi
zeppi di Cinipi. Ogni ovario contenea : un individuo. Alcuni di
ess erano tuttora nello stato di larva, altri prendevano a tra-
sformarsi e ad escire, altri erano gia nello stato d’insetto perfetto. Ad onta di ciò tutti tali frutti cadevano dall’albero im- ‘maturi, come cadevano gli altri Fichi androgini della stessa
varietà non penetrati dai Cinipi
Diplolepis gallie, tipetoria.. Lneycl.
—— Quercus folii. Fneycl.
—— bedeguaris. Lncyel.
Sphex interrupta.
—— insubrica. Eatro le case di Verona. Dirreri.
Asilus flavus. M. Baldo ;
—— crabroniform !s :, 4
—— gilvas. AV Bonadb.
—— ferox. ill. Ali Benaco presso Sermione.
Tipula quadrimaculata. /òveré di Vela.
—— pectinicornis. Al piano.
Oestrus veterinus. Bracy Clark. Presso gli armenti in valle Fraselle di monte Zevola.
Bombylius ater.
Musca conopsoides. Vill. To terminerò di favellarvi
Mausca crabroniforIZm.i Zesv.o-
—— meridiana (la.
—— Hottentotta. /<4L.
—— coctinea.. 7i ll.
Tabanus alpinus. 770. M. Baldo.
—— albipes. Gm..M. Baldo. ArreERrI.
Scolopendra Gabrielis. Nei letamai.
Oniscus pustulatus. Sui colli.
—— Armadillo.
Julus arborum
—— complanatus.
Lepisma thezeana. /abr. Latr. Monte Bolca.
Aranea punctoria, Vill. Nelle cantine.
—— sanguinoleata.
Phalangium Opilio. Nelle case.
—— cornutum. Nei boschi.
—— cancroldes.
degli animali con una pae,
rola intorno ai nostri serpenti. Sei sonoi serpetti della provincia nostra, quattro soli dei quali però mi ; è avvenuto vedere nei contorni del Lago. Il primoe più comune è la Biscia (Carbonazzo, Bastoniere Ver.) Coluber Natrix, animale innocente, che si moltiplica prodigiosamente vicino alle acque, e che vive princia, palmente di pesciolini e di rettili acquajoli.. Di quest P" ò veduto una varietà nei contorni di Peschiera d’oltre un metro di lunghezza. Il suo colore “era” più» oscuro dell’ordinario e a macchié indistinte, mà non
mi è avvenuto di poterla esaminare particolarmente. Un’altra varietà di gran mole abita ne’cespugli lungo i torrenti delle colline. Il suo colore è cernleo con macchie nere ai lati, e con due serie di macchie più piccole di ugual colore per di sotto. Il secondo è la Vipera del Redi, Vipera Redi Lacépéde ; ColuberR :e - di Gmelin : mi venne questa veduta sui colli veronesi, ma è assai rara. Il terzo è la Vipera’comu-. ne Coluber Berus, la quale nei contorni del Benaco, e alle falde di monte Baldo à una tinta di un rosso più carico che altrove, massime nella coda, l’apice della quale è pinto in giallo. Il quarto Colubro (Angio Ver.) abita nei luoghi asciutti e pietrosi. Io l’ò rinvenuto su tutti i colli veronesiaa i piedi di monte Sumano, e sugli Euganei, onde potrebbe chiamarsi il Colubro veneto. Non so se alcuno de’nostri naturalisti ne abbia favellato. Si può dire, che appo noi tenga il luogo del Colubro verde-giallo (Coluder viridi-flavus, Couleuvre verte et jaune Lacépéde, Milò, Melò, Milordo Lombard.), il quale in Lombardia predilige pure i luoghi aridi e sassosi, particolarmente nei contorni di Brescia, Milano, Pavia, N ovara. Nella” provincia nostra all’opposito il Colubro verdegiallo fu da me veduto solo nelle basse regioni verso’al’Po. Ma per ciò che spetta al nostro Angio pare desso il Coluber flavescens dello Scopoli e del Gmelin. A ?’ dugento venticiriqne scudi addominali, e settanta- ‘cinque paja di scudetti codali. La sua ordinaria lun- lunghezza è d’un metro, ma arriva per avventura a un metro e inezzo. La sua testa è ovale, il corpo coperto - gli’squame liscie tllitico-eba gong superiormente fosco, per di sotto giallognolo. È d’una agilità senza pari.
Il suo cibo più ordinario sono rospi. Fugge velocissimo all’avvicinarsi dell’uomo. Più volte ò tentato sospingerlo al morso coll’irritarlo, ma sempre indarno, ad onta che gli avverrebbe di ciò fare, potendo spalancare le fauci, ed essendo armato di denti acutissimi. L’ultimo serpente è l Anguis fragilis (Orbisolo Volg.), con tale aggiunto distinto, perchè alla minima percossa si rompe. È l’unico che abiti anche sugli alti monti, avendolo più volte rinvenuto alla metà dell’altezza di monte Baldo. È il più torpido fra i nostri serpenti, ed il più breve. È fornito’d’occhi lucidissimi, ma piccoli assai, la qual cosa fu cagione alla credenza degli abitatori di Baldo e dei contadini Lombardi ch’e’sia cieco, e di chiamarlo con tal nome. Appo loro è pure opinione comune, che sia velenoso, tuttochè innocentissimo e impotente a mordere.
Tornati adunque a Bardolino, siccome è detto, l’ospite nostro e compagno ne strinse a rimaner seco alcuni di, e ben potete credere se fu lieto soggiorno. Il mattin rugiadoso ne scorgeva alle vicine terre, dove sommamente ci dilettava il vedere e la coltiva» zione de’poderi, e gli usi degli abitanti. Si vivea la sera in lieta brigata, e godevamo sovente solcar al pallido lume della luna le tranquille onde benacensi, Se non che ne perturbavan alquanto il piacere i pescatori con que’loro inganni tesi agli incauti abitatori dell’acque. Miseri ! mentre quae là mossi da amore van guizzando caggiono nella rete ministra di morte. Allorchè poi il sole era più cocente davam’opera agli studj naturali, o alla piacevole ombra d’un vicino bosco ne ricreavan l’anima i carmi de’nostri poeti.
Ma in proposito di boschi non so rimanermi dal favellarvi d’un fenomeno, cui ne indussero a contemplare quelli che vestono le pendici benacensi, e il fianco di monte Baldo. Intendo io la direzione de ? rami inferiori degli alberi, la quale al dire di Dodart (Mem. de l’Académie Francaise an. 1699. p. 73.) suol essere parallela al suolo, donde nascono, sia esso o non sia orizzontale. Il Dodart voi ben sapete, che spiega il fenomeno per mezzo de’due angoli, che formano le fibre dell’albero (cui suppone continue, rette, e parallele dall’estremità delle radici a quella dei rami), l’uno alla base delle radici, l’altro alla base dei rami. Io non prenderò in particolare disamina cotale ipotesi, la quale non è sostenuta nè da osservazioni anatomiche, nè da fisiologiche. Noterò solo, che il parallelismo de’rami inferiori degli alberi annosi col suolo n’è sembrato sensibile solo nei casi, dove la inclinazione del suolo coll’orizzonte era somma : nei piani dolcemente inclinati non iscorgeasi differenza nella direzione dei rami dei due lati degli alberi, La quale osservazione e la nota disposizione dei rami a seguire la luce ne ànno indotti a pensare, che il fenomeno del parallelismo de’rami degli alberi, che si elevano dai piani sommamente inclinati, provenga dal bisogno, ch’ànno essi della luce. Imperocchè nel lato dove l’albero forma angolo acuto col suolo i rami onde godere la luce debbono elevarsi, e que’che non possono ciò eseguire periscono, come scorgesi negli alberi antichi, ne’quali il peso de’rami superiori comprimendo gl’inferiori verso il terreno osta loro d’allungarsi, laddove nel lato opposto possono i rami estendersi a loro agio.
Una delle occupazioni nostre predilette nelle ore calde furono le osservazioni microscopiche sulle Conferve e sulle Linchie o Tremelle. Voi conoscete intorno a questo argomento le belle scoperte di Adanson, Corti, Fontana, Muller, Schérer, Orazio Saussure, Chantrans, Roth, Dilwin, Bory, Vaucher. A quest’ultimo in ispecie dee saper grado moltissimo la fisiologia vegetale, perocchè le di lui fatiche sparser fulgida luce sul vario modo di crescere e moltiplicarsi di cotali piante ; sicchè si comprese che davasi un istesso nome a una famiglia composta di molti generi differenti. Anzi ciò ch’è più, confermate le osservazioni di Adanson, Corti, Saussure, videsi che annoveravansi fra le piante esseri pertinenti al regno animale, quali sono le Oscillarie. Ciò non pertanto regna tuttora controversia appo i naturalisti intorno alle osservazioni del Vaucher. Quelle in ispecie che risguardano le Oscillarie e le Linchie sono contrastate. E non solo negasi da taluno alle Oscillarie il moto di locomozione, ma e il notissimo di oscillazione non vuolsi ammettere come spontaneo, e s’ama meglio riferirlo al rapido accrescimento di cotali esseri, ad elasticità o ad altra causa meccanica. La sicura via di trarsi da tali dubbiezze è l’osservazione e lo sperimento, e noi la tentammo. Abbiam dunque raccolte tutte le Conferve, Oscillarie, e Linchie, che ne si paravano in copia nei seni e nei porti del Lago, e nei ruscelli, e nei fonti, e nei lunghi opachi, e sovr’esse abbiamo intraprese le nostre osservazioni.
Io non entrerò in particolare racconto di tutte le osservazioni per noi istituite sulle Conferve. Dirovvi solo, che le determinate mercè l’es a me microscopico
furono la Conferoa aurea del Dilwin, la Polysperma glomerata, \° Hydrodictyon pentagonum, le Conjugata princeps, G. cruciata, C. porticalis, C. angulata, G. lutescens, la Prolifera parasitica del Vaucher, e parecchie altre. non descritte, delle quali ò pubblicato la descrizione nel primo fascicolo delle piante nuove o rare del veronese. La più volgare fra queste è la Conjugata princeps o Conferva jugalis del Muller. Noi ebbimo la ventura di osservarla in ogni stato, vale a dire prima di accoppiarsi, nell’atto che accoppiavasi, e dopo. Sommo diletto ne porgeva la contemplazione di questi esseri singolarissimi in tanti varj aggruppamenti. Qui filamenti liberi, là che imprendevano a mandare il tubetto comunicatore ; e dove la spirale già disponevasi a passare nella celletta corrispondente, onde costituire il globetto moltiplicatore, e altrove erano i filamenti accoppiati, e già appariva in una cavità il globetto, mentre la corrispondente era vota. Tutte le altre Conjugate furono da noi rinvenute accoppiate e frammiste insieme alla maggiore, ad eccezione della Conjugata angolata, che ne si offerse talora isolata.
Ma le Oscillarie a sè chiamavano oltre ogn’altra l’attenzione nostra ; nè fu malagevole accontentarla, perocchè ne rinvenimmo in copia nei fossi ove l’acqua è stagnante, sulle strade, nei luoghi opachi, e negli. atrj delle case. Si conoscono le Oscillarie a prima giunta, perchè i loro filamenti insieme ammassati formano strati lucenti e come vellutati d’un verde carico, e talora bruno o sanguigno. Sentono anco un cotal odore disgustoso, il quale vien tosto fetente serbandole per alcun tempo nei vasi. Il carattere però
essenziale di cotali esseri singolari, onde furono chiamati Oscillarie, è il movimento incessante di oscillazione da destra a sinistra o da sinistra a destra J sicchè vanno mutando continuamente luogo. Corti paragona tale movimento a quello de’serpi., Cinque furono le Oscillarie, che pei loro caratteri particolari si fecero distinguere. Però non sono riescito a riferirle sicuramente alle già descritte dagli autori. Laonde prenderò a esporre brevemente i loro caratteri, e in qual modo appalesavano i loro movimenti.
I filamenti o tubetti della prima specie possono valutarsi d’un 300 di linea in grossezza. Sono trasparenti, ed ànno un’estremità più rotonda dell’altra, la quale è come troncata. Constano di anelletti, che sono il doppio più larghi che lunghi. La figura del Vaucher cui più s’assomigliano è quella della Oscillatoria fusca tav. 15. fig.9. Abita questa Oscillaria nel fondo dei fossi d’acqua stagnante, formando ampj verdissimi tappeti. Cresce anche nella vasca della fonte dell’Orto botanico di Verona mista alla] seguente. Essa ne à palesato chiarissimamente il movimento di oscillazione e di locomozione. Talora il movimento di locomozione ne si offerse non angolare, ma retto, eguale, e continuato, sicchè vedeansi i filamenti attraversare in linea retta il campo del microscopio.
La seconda è intorno un terzo più piccola della prima. Rinviensi negli stessi luoghi. I filamenti sono trasparenti, e i loro anelli visibilissimi, e all’incirca tanto larghi che lunghi. Formano tappeti d’un verde cupo, e si dispongono nello strato o letto regolarmente a stella, con una estremità allo infuori. I suoi movimenti laterali sono lentissimi, nè siamo pervenuti a
scorgere il moto di progressione. La figura del Vaucher più alla nostra somigliante è quella della Oscillatoria Adansonii tav. 15. fig. 6.
La terza consta di tubetti la metà più piccoli di quelli della prima. Sono essi trasparenti, e senza visibili anelli. Formano sul suolo e sulle pareti delle case volte a bacìo delle chiazze di color verde volgente al rosso scuro, e talora simili al sangue corrotto. L’ò rinvenuta più volte anche in Verona negli atrj delle case, e particolarmente in quello del palazzo Bevilacqua, altre volte mia abitazione. Inclinerei a crederla I’Oscillatoria levigata tav. 15. fig. 10. del Vaucher. I movimenti nei lati e locomotivi appajono di» stintissimi, ed è la specie che più li offre, simili a quelli de’serpenti, siccome li descrive il Corti. In questa siccome di più facile ritrovamento è istituito moltissime osservazioni, e mi sono accertato del modo, onde si moltiplicano cotali esseri, vale a dire per separazione de’filamenti in più parti, siccome ne àn rivelato il Corti ed altri. È tenacissima della vita. Sovente l’ò raccolta sul suolo dopo molti giorni, che non era caduta pioggia, e però ristretta in membrana aridissima’e fragile. O’fatto pure seccare delle ciocche per più giorni al sole cocente. E immerse in seguito nell’acqua, appena lo strato erasi rammollito, e tosto i filamenti si disponevano a stella, e prendevano a muoversi.
La quarta di tutte la più piccola parmi certo 1’ O0- scillaria alba tav. 15. fig. 11. del Vaucher. I suoi filamenti sono trasparentissimi e senza visibili anelli. Essa mi è comparsa tre volte sulle Conferve acquajole serbate per qualche giorno ne’vasi onde studiarle.
Forma sovr’esse un velo bianco a luogo a luogo più fitto. I suoi movimenti laterali sono lentissimi,. nè m’è avvenuto vedere quelli di locomozione.
La quinta finalmente sembrami l’Oscillatoria parietina del Vaucher tav. 15. fig. 8. È della grandezza della prima con anelli distintissimi, larghi la metà più che lunghi. Ambedue le estremità sono rotonde, non però terminate da globetto, come asserisce il Vaucher della sua. Forma ampie macchie d’un. verde cupo sulle pareti dei condotti d’acqua, e l’ò rinvenuta inoltre sulle ruote dei molini appo Verona, massime in quelli lungo la via d’Avesa. I suoi movimenti oscillatorj e locomotivi si manifestarono chiarissimamente.
Dopo aver esaminato le nostre Oscillarie al microscopio composto, ed esserci assicurati della spontaneità de’loro movimenti, abbiam voluto sottoporne alcune all’azione del microscopio solare. Nè vi so dire quanto fosse il nostro diletto nel vedere cotali esseri minutissimi muoversi come tanti serpentelli per diversi lati, quale con maggiore quale con minore lentezza (*). Appresso piacquene cimentare le Oscillarie in varie foggie, esponendole all’azione del caldo, del freddo, e dei varj liquori. Però non ne avvenne scorgere la differenza di celerità ne’movimenti notata dal Corti. Uguale era la lentezza tanto nell’acqua a pochi gradi sopra zero, come nella riscaldata oltre trenta. Lo stesso occorrea quando si tuffavano in varj liquori come nell’aceto, nell’alcool, nell’orina : solo dopo alquanti
momenti cessava ogni movimento, indizio della virtù ledente di cotali liquori. Jl fenomeno per noi rinvenuto vero è la sensibilità delle Oscillarie all’azione della luce. Allogavansi delle ciocchette di Oscillarie in un recipiente ricoperto di carta nera alla quale faceasi da un lato un forellino, onde penetrasse la luce, e vedeansi indi a poche ore tutti i filamenti sparsi per l’acqua del recipiente ammassati verso il forellino. Rivolgevasi allora il vaso in modo, che il pertugio rimanesse dal lato opposto, e poco tempo dopo scorgevansi le Oscillarie affollate verso il lato illuminato. Da tutte queste osservazioni pertanto, ma particolarmente dal movimento di locomozione noi abbiam conchiuso essere le Oscillarie da ascrivere veramente al regno animale.
L’analogia che regna infra le Oscillarie e le Linchie ne indusse a considerare queste pure particolarmente, e a conoscere le loro abitudini. Constano le Linchie, com’è noto, d’una membranella piena d’una sostanza gelatinosa, nella quale nuotano molti sottili filamenti moniliformi. Cotale membrana a certa età si fende, e i filamenti racchiusi si separano in tanti globetti, ciascuno dei quali moltiplica la specie. Dalle quali cose si trae, che la maggior differenza, che avvi tra le Oscillarie e le Linchie -è la membrana, che serve loro d’inviluppo, perocchè la gelatina delle Linchie viene rappresentata nelle Oscillarie della materia ontuosa, che loro serve di letto, Due Linchie noi abbiam preso a considerare primamente in questi luoghi, la comune o Nostoc (Tremella Nostoc Linn.), che a noi occorrea in copia ne’viali del giardino e sul vicino pratello in riva al Lago, ove escivamo a
diporto, e la Linchia verrucosa (Tremella verrucos, Linn.) rinvenuta appiccata ai sassi del fondo d’un ruscello. Distinguesi questa dalla Nostoc perchè più soda, non pieghettata, ma tondeggiante e bernoccoluta, e inoltre è sempre applicata ai sassi o alle zolle e non mai libera. I filamenti poi della verrucosa non sono sì chiaramente moniliformi come quelli della comune. A noi caleva più che altro conoscere i movimenti, onde al dire del Vaucher sono forniti i filamenti. Due ne osservò egli nelle Linchie : uno consisteva in una repentina contrazione sui lati, ed era rarissimo, e avvenia solo quando agitavasi l’acqua ; l’altro di locomozione ma lentissimo, sì ch’era bisogno onde avvedersene osservare attentissimamente la posizione de’filamenti infra loro. Aggiunge poi, che il momento più propizio onde ?îscorgere tal movimento è quando la membrana sta per ischiudersi, e la gelatina è più liquida.
Abbiamo tolto a osservare primamente la Linchia comune, ma non siamo riusciti a vedere alcun movimento ad onta d’ogni mezzo posto in opera, e agitazione, e liquori acri, e il calore. Più avventurati fummo nell’esame della Linchia verrucosa, che abbiam rinvenuta nelle sue diverse età. Abbiam veduto più e più volte separarsi sotto i nostri occhi i filamenti in globetti, pria l’ultimo, e a mano a mano gli altri ; talora però disfeasi a un tratto tutto il filamento in globetti, massime quando l’individuo era adulto perfetto. Ma onde’avvederci de’loro movimenti dopo molti inutili tentativi fummo astretti a ricorrere all’artificio, suggerito dal Vaucher, di disegnare sopra un pezzo di carta la disposizione rispettiva dei filamenti
nella propria gelatina, e osservarla ivì a qualche tempo. Abbiam ripetuto gli sperimenti per ben dodici volte, valendoci delle Linchie allo stato di maturazione, e da essi ne parve di poter asserire, che i filamenti della Linchia sono dotati di un movimento, benchè sovrammodo lento, di locomozione ; conciossiachè il più delle volte abbiam rinvenuto la loro posizione assai cambiata, quali essendosi avvicinati, quali allontanati,
Ma voi certamente sarete compreso dalla meraviglia all’udire ascrivere alle Linchie una sostanza, che dal pien consenso de’Botanici è annoverata fra ? Lichenì. È questo il Collema pulposum dell’Acharius (Lichenogr. p. 632.) o Zichen pulposus del Bernhardi, comunissimo sui sassi di monte Baldo, sulle sponde del Benaco, e su tutti i colli del Veronese e delle vicine provincie. Varia egli senza modo, ora vestendo una forma più propria di Linchia, crespa o lobata, il più senza vestigia di apotecj, ed è il Zichen crispus di Linneo, ora venendo come granuloso, ora coprendosi nel centro di apotecj di color rossiccio, e ammucchiati, qualità proprie del Collema polposo. Alcune di tali varietà èa voi più d’una volta spedite. Contuttociò noi abbiam in esse riconosciuti i caratteri delle Linchie. Imperocchè non solo nella sostanza pol» posa costituente il corpo o tallo, e negli apotecj o organi che mentiscono la fruttificazione, abbiamo scoperto un’infinità di esilissimi filamenti moniliformi, che si separavano in globetti sotto i nostri occhi ; ma ciò ch’è più, avendo posto in opera l’artificio di che vi è detto favellando della Linchia verrucosa ; ci siam più d’una fiata avveduti d’un cambiamento di luogo de’filamenti fra loro.
Una pianta singolare della famiglia delle Alghe abbiam discoperta nell’acque placide dei seni massime nell’Isola dei Frati e a Sermione. Mi soccorre di averla anco rinvenuta, or volge il quarto’anno, nei fossi delle risaje di Villimpenta presso il forte d’Attila. Sta essa appiccata per la parte inferiore’alle foglie della Vallisneria, delle Carici, dei Scirpi e d’altre erbe palustri ; e dove ne venga staccata galleggia alla. soprafiaccia dell’acqua. La sua consistenza è gelatinosa, e si spappola di leggieri fra le dita ; il colore giallognolo. È tubulosa e tortuosamente ravvolta quasi a modo di budello. La sua figura s’avvicina alla co nica, da acuta e sottile all’estremità inferiore a mano amano dilatandosi verso l’ apice, ch ’è assai ottuso o ben anco globoso. Osservato un brano di essa a microscopio presenta due membrane esilissime e trasparenti senza visibile organizzazione, le quali racchiudono una gelatina, entro cui nuota un’infinità di filamenti. Cotali filamenti sono alquanto più lunghi di quelli della Linchia Nostoc, ma non moniliformi. Sono più grossi a un’estremità, e conservato nell’acqua per alquanto tempo qualche pezzo staccato, e osservato a microscopio ò veduto la più parte de ?’ filamen ti disporsi a stella nei contor ni dei pezzi, coll ’e - stremità più grossa rivolta internamente e coll’apice sporge nte fuori della gelatina. I filamen ti sparsi nel centro dei pezzi aveano varie direzioni, e alc uni appariano anche incurvati. Una tale disposizione simile a quella delle Oscillarie mi à fatto sospe tta re della loro natura animale, ma non sono riescito a scorgere verun movimento. Solo mi è avvenuto vedere Ja sepa raz ione della est remi tà più grossa dei fil ament i sotto
forma globosa. Dal che sono indotto a conchiudere per analogia, questo essere il loro modo di moltiplicarsi, tuttochè l’osservazione ciò non m’abbia rivelato. Però a qual genere vorrem noi riferire un tal essere ? Non alle Linchie chè i filamenti non sono moniliformi, nè alle Conferve, nè alle Oscillarie per la figura, per l’indumento e per la mancanza di movimento, nè ai Batracospermi, nè alle Rivularie, nè alle Ulye, nè alle Tremelle, nè tampoco ai Fuchi per la forma propria, per la presenza e figura de’filamenti, e per la natura del tegumento. Io frattanto lo classificherò infra le Ulve Linneane chiamandolo Ulva trottoliforme, e ne pubblicherò a suo tempo la fisura insieme all’altre nuove piante veronesi. —Ulva turbinata : fronde tubulosa, turbinato-subcapitata, simplici, anfractuoso-sinuosa, lutescente. Miki. In aquis circa oryzeta lente fluentibus prope Villimpenta pagum Quintili, inque sinibus Benaci presertim Insulae dei Frati nuncupate, atque Sirmionis Sextili mense mihi obvia fuit, Vallisnerie, Sparganit, Thypharum, Scirporum, aliarumque palustrium foliis affixa.
Non dirò più, che ben m’avveggo essere trascorso oltre assai col ragionare, nè vorrei avervi recato noja. Monte Baldo fia subbietto d’un’altra lettera. Io vivo nella vostra amicizia.
Dopo alcuni giorni adunque di dimora a Bardolino, come vi dicea, c’'incaminammo a monte Baldo ; e fummo pria di tutto a Caprino, villaggio fabbricato alle di lui falde meridionali. È posto monte Baldo alle fauci dell’alpi, che l’Italia dividono dalla Germania, a venti miglia a ponente di Verona. L’Adige ne bagna le radici a levante, il Benaco a occidente, a settentrione à l’Alpi Retiche, cui si congiunge per la valle Lagarina, e declina dolcemente a mezzodì sino a S. Vigilio e Caprino. Stendesi l’alto suo dorso da settentrione verso austro, e s’estolle sino all’al tezza di 2228 metri, ed à di lunghezza trenta miglia, di larghezza undici. Jl suo fianco orientale è erto e inaccessibile, quello d’occidente parte è selvoso, parte si stende in ampie valli e dolci pendici. Le più umili cime sono tutte erbose, le altissime sono ignude balze ed aspri dirupi. Ma che veduta da que’luoghi ! Scorgiamo a settentrione scender dall’Alpi del Tirolo precipitoso l’Adige. Roveredo ne si para in distanza ; la sottoposta valle amenissima è cospersa di borghi e villaggi ; le Alpi Retiche col vertice mai sempre nevoso disposte ad anfiteatro chiudono la prospettiva. Deliziose colline appariscono a levante, che soavemente declinano in fertili valli, e l’Adige frettoloso, che serpeggiando
penetra in Verona, che fa di sè bella mostra ; e quando sia cielo serenissimo spingesi la veduta al monti Berici, agli Euganei, al mare. A mezzo giorno eccoci la vasta pianura dall’Alpi all’Appennino, e le Città si discoprono, e i borghi, e scorrer vedesi il Mincio e il Po. Ma tutto vince la veduta di ponente, poichè tutto vince la bellezza del Lago. Vedesi dal piè del monte, che n’è bagnato, estendersi il mobil piano dell’acque cerulee ; e le rupi di fronte, e i verdi colli delle sponde, ei giardini, e i villaggi, e le isolette, e le navi scorrenti sull’ondeggiante superficie son tale incanto, la cui dolcezza non si può con parole esprimere. Venite, amico, venite sul giogo di Baldo. Meraviglioso soprammodo è lo spettacolo, che qui offre la natura alla vostr’anima sensibile !
Nè men caro vi riescirà monte Baldo per sè stesso. Imperocchè e vi rallegreranno da un lato amplissime praterie, tutte di variopinti fiori seminate, onde olezzo soavissimo si diffonde all’intorno, e v’empieranno dall’altro l’anima di sublimità le folte selve maestose, venerabili per Faggi antichi, per Larici, per Pini e per Abeti altissimi ; e qui son pendici amene cosparse di capanne, e veggonsi gli armenti pascolar tranquilli, mentre il pastore all’ombra fa eccheggiar le balze della sua zampogna ; e là asprissimi dirupi appariscono, e roccie precipitevoli, e valli squallide prefondissime, ove la natura regna solitaria e minacciosa. Nè mancan torrenti, che precipitano dalle rupi, ruscelli di dolci acque, che van rigando con lento corso il seno di amene vallette, e fonti gelidissimi circondati da salvatici alberi. Nulla poi èa dire della serenità del cielo e dell’aria saluberrima che vi sì
spira ; perchè miente avanza il bello azzurro di quello, niente la leggerezza, l’elasticità di questa, sicchè par ne infonda altra vita.
E da tutte queste cose beveva io appunto una dolcezza infinita, seduto sull’erbosa vetta di Baldo, che soavemente oliva ; quando piacque alla mia ventura offrirmi nno spettacolo spaventoso e sublime. Limpido era il cielo sull’alto giogo, taceva ogni vento, ed ecco sui fianchi del monte adunarsi nembi, mugghia orribilmente il tuono, guizza la folgore sotto a’miei piedi, il lago è coperto di caligine, e s’eleva in monti e si profonda in voragini. Odo intanto da altro lato il fragore e lo scroscio della grandine, e il rovinio de’torrenti, che fan fuggire armenti e pastori. La tempesta infuriò alcun tempo, ma de’venti lottatori vince quel di ponente, e disperso è ogni nembo, e la valle è di nuovo illuminata, e l’onde del lago tingonsi novellamente di cilestro ; tutto è calma, è riso. E il sole che da ponente lanciava i suoi raggi uno spettacolo meraviglioso mi offerse : un arco bellissimo, non già qual sogliamo comunemente rimirarlo, ma sotto forma di settemplice circolo apparve in cielo.
Ma venendo ora a ciò che risguarda particolarmente il naturalista, e intendendo io dirvi anzi tutto alcuna cosa intorno alla costruzione di monte Baldo, non posso non comprendere nella disamina anco gli altri monti Veronesi, ciò richiedendo l’analogia di questi con quello. I monti Veronesi sono diramazioni dell’Alpi Retiche primitive poste nel centro del Tirolo, le quali a mano a mano declinando s’appianano negli amenissimi
le quali scorre la via di Germania e scende il fiume ; le valli Pulicella e Pantena, l’una a destra Valtra a sinistra della città, e la valle d’Illasi quindi, e la famosa di Roncà di tutte la più orientale. Si congiungono essi da oriente co’monti Vicentini, a occi» dente il Lago di Garda li separa dai monti Bresciani. Negli antichi tempi era l’alveo dell’Adige differente da quello che scorgesi a dì nostri, e assai più alto : vuolsi anche che la valle Lagarina fosse allagata dalle
Monte Sumano. Casa Borghero, te, secondo lo
—— —— Caselle di Roagna, monte, lo stesso
alle falde del mon-
stesso —— —— —— 5dod. 09
le più alte case del
—— —— —— 584.72
—— —t— Pra minore, secondo lo stesso —— —. 878. n3
—— —— Prima punta dei Pra Gerini —— —— 1086. 44
—— —— Cima della valle della Crosetta —— —— 1151. 62
sm __T_ Al Convento —— —— —— —— —— —— 1186. 35
—— —— Capitello deila Costa di Marco - —— 1118. 67
—— —— Casara dei Zanini -- —— —— —— —— 1097. 54
—— —— Pozza di Mar di Faggia —— —— —— 1012. 67
—— —— Capitello di mezzo —— —— —— —— 971. 4o
—— —— Punta in cima del Costone di Piovene, sotto iPra di Bovolco —— —— —— 702. 54
—— —— Al piede della costa di Priazza - —— 521. 34
S. Orzo. Casa Marzari, secondo lo stesso —— —— 351. 24
Tiene. Principio del paese verso Vicenza, secondo lo stesso —— —— —— —— —— —— —— 277. ti D. r.
Osteria nuova, tra Vicenza e Tiene, secondo lo stesso - 218. Ù 38
Vicenza. Base della Torre maggiore in piazza, se-
condo Herrisseh
Monte Novegno presso Schio,
Monte Toro, secondo lo stesso
—— —P —— F— —— 160. co
secondo lo stesso —— 2006. —— —— —° —— 2122.
Monte Portule, nei sette Comuni, secondo lo stesso - 2060.
Monte Verena, nei sette Comuni, secondo lo stesso - 1820.
Monte Mandriolo nei sette Comuni, secondo lo stesso 1960.
Monte Toraro, secondo lo stesso —— —— —— —— 1820.
Monte Coste basse nel Vicentino = —— —— —— 2060.
Monte Pasubio nel Vicentino —— —— —— —— —— 1760.
Monte Croce. nel confine del Tirolo - —— —— —— 2520.
sue acque. Discorrea esso fra le falde di monte Baldo e monte Bibalo, che era continuazione del monte Pastello, e sboccava per la valle di Caprino. I Ro-, mani furono quelli, che spaccate le rupi della Chiusa dischiusero la strada di Germania e un nuovo letto al fiume. Del che indubitata prova ne porge la direzione della vetta dei monti Bibalo e Pastello, e più la giacitura degli strati dei monti della Chiusa, che tagliati quasi a piombo costituiscono le due sponde dell Adige, e che si osservano dovunque corrispondenti.
Il più elevato di questi monti è il Baldo, seguono poscia il Pertica di poco minore o forse di eguale altezza, quindi Campebruno, Tomba, Zevola, Gramulone, Alba e Bolca, i quali tutti costituiscono a settentrione la catena di confine della nostra provincia col Tirolo. Le loro vette son per quasi due terzi dell’anno coperte di neve, ed offrono croste scarne e frastagliate, punte acute, rupi orride ed ignude, caratteri che distinguono questa fatta di rocce. Qualche macchia di Mughi (Pinus Pumilio W.) e d’a lcun altro nano arboscello scorgesi a stento sui loro fianchi. Di pascoli e di prati feraci sono coperti la più parte de’monti meno elevati, e in ispecie i Lessini. Le maestose selve di Larici, di Pini, di Abeti, e di Faggi, che un tempo li vestivano, furono a questi ultimi secoli quasi al tutto divelte ; sorgente fatale dell’incostanza del nostro clima, dello straripamento de’fiumi, e d’altri danni gravissimi !
La massa che compone questi monti non meno che la rimanente catena, che circoscrive la pianura Veneta a settentrione, consta di calcare secondaria in istrati
più o meno orizzontali, di colore il più grigio sudicio, o perlino, o bianchiccio, o talora d’un rosso languido, di frattura affatto terrea, imperfettamente concoide, opaca e senza lucentezza. Gli strati calcari racchiudono filetti e vene spatiche, frequenti straterelli di creta, di marna, di argilla, di focaja, di silice, di quarzo, e sono zeppi d’infinite maniere di corpi organici vegetabili e animali specialmente marini petrificati, ora confusi e ammonticchiati, ora disposti quasi in famiglie, come rami, foglie, frutti di diverse piante (a Grezzana, a Bolca), serpenti, chiocciole, turbini, bucini, ostriche di’maravigliosa grandezza (Roncà, Brentonico, Bolca), madrepore, astroiti, spine d’echini, raggi di stelle marine, nummali o discoliti di moltissime specie, noccioli di anomie, e particolarmente di corni d’ammone di numero e varietà grandi sopra ogni credere. Però i petrefatti che vogliono particolare ricordanza sono gl’innumerabili ittioliti di monte Bolca. All’altezza di seicento metri dal mare entro strati irregolarmente inclinati di schisto marno-bituminoso, alternanti colla calcare amorfa rinvengonsi tronchi di varj alberi, felci, ed altre erbe di diversi climi massime marine improntate sullo schisto, e penne d’augelli, e scheletri di crostacei, di serpenti, d’insetti, ma particolarmente di pesci. I più di cotali pesci giacciono in una posizione tranquilla colle loro parti più delicate ossee € cartilaginose al tutto conservate e penetrate da cristallizzazioni calcaree o anche piritose. Le disamine intraprese dai naturalisti ànno rivelato appartenere altri ad esseri tuttora viventi nell’acque salse e nelle dolci dei climi nostri e dei lontani, ed altri molti essere per anco
“= sconosciuti. Oltre quelli già descritti ed incisi nell’insigne Ittiolitologia Veronese avvene moltissimi recentemente scoperti, che adornano i gabinetti dei Signori Gazzola, Castellini e d’altri naturalisti, e il loro numero va tuttodì crescendo.
Agli ittioliti voglionsi aggiungere le osteoliti scoperte nei monti di Valmenara presso Grezzana, e quelle rinvenute nella breccia calcare di una grotta al Cerè presso Alfaedo, e sovrattutto le smisurate zane e le ossa di elefanti disotterrate al Serbaro presso Romagnano, corn quelle di cervi e d°’ altri quadrupedi dell’ordine delle fiere e de’ruminanti, coperte da un terriccio untuoso, e penetrate da uno spato calcare.
Ma tornando alla roccia calcare dico, clie avvi diversi luoghi dei monti nostri, ne’quali essa acquista un granito» più fino e più duro, riceve pulimento, e costituisce i pregevoli marmi, de’quali è ricca la provincia veronese. Vi è già fatto cenno dei leggiadri marmi di Torri. Bellissimi pur sono il giallo-rosso fosforeggiante di Brentonico, il rosso venato di S. Ambrogio, il marmo lumachella di S. Vitale, ch’è a fondo rosso variegato dalle osteoliti bianche, e la lumachella opalizzante fosforica del monte Pernise presso Lugo (*). Però a mano a mano che ci eleviamo e c’interniamo ne’monti la calcare si dispone in istrati meno regolari e diversàmente inclinati. Scompariscono gli strati di silice e di focaja, e più rare sono le petrificazioni. Molte cime di monte Baldo come Costabella,
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(*) Si annoverano oltre 70
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specie di marmi veronesi, de’
quali però la metà sir in veng ono so ltan to erratici.
a valle Finestra, bocca di Navene, Altissimo, sono for» mate di calcare ora squamosa e lucente, ora a grano finissimo che passa in oolite a globetti più o meno minuti, più o meno pronunciati. Fra le varietà di calce carbonata de’nostri monti due meritano parti» colare menzione : una è la Calcare in bastoni affastellati, o Calcare bastonite comunemente detta madreporite. Noi ne abbiamo rinvenuto un gran masso erratico a manca della strada che dal Campedello scorge al Cambrigaro presso la Ferrara di monte Baldo, staccato forse dall’alta pendice, e colà precipitato dal vicino torrente ; l’altra è quella bella varietà di bastonite non rara in monte Viale e in altri luoghi del Vicentino, la quale chiamano tartuffite perchè percossa col martello manda odore di tartuffo. Trovasi questa presso Castagnè.
Le spelonche che soglionsi aprire ne’monti calcari, non mancano a noi pure, come al Ponte di Veja, al Covolo di Velo, al Pralungo sotto i’Ortigara in monte Baldo, e altrove. Niuna però merita particolare menzione, laddove non vogliansi eccettuare quelle del Covolo di Velo, ove è fama, che siensi rinvenute delle ossa di orso. Rammenteremo piuttosto una curiosità singolarissima, che offresi nei monti oltre Lugo, detta il Ponte di Veja. All’ingresso d’una valle tutta circondata di dirupi calcari, che riempiono l’anima d’un dolce orrore, prolungasi un arco gigantesco d’una regolarità ed armonia meravigliosa. Consta esso di strati di marmo variopinto. La sua grossezza è di metri 6, 84, la larghezza di 17, 10, sicchè porge comodissimo varco dai due lati della valle. Però le due facciate non sono egualmente estese. Due scogli alti
metri 29, 4I sostengono a modo di pilastro l’arco orientale, che s’apre con una corda di 39 metri sopra 21, 20 di saetta ; nel mezzo avvi poi un frontale di metri 3, 42 di prominenza. La corda dell’arco occidentale, il quale è assai irregolare, ascende a metri 5a, 66. Due spelonche dischiudonsi ne’suoi fianchi, una delle quali più ampia s’addentra per lungo tratto nel monte. Un ameno ruscello, che lentamente mormorando discorre sotto l’arco precipita a pochi passi. dall’altezza d’oltre settanta metri, e il bordo della. cascaga sporge in un secondo arco di metri 19, 82 di corda sostenuto egualmente da due alti scogli, ove è scavata altra grotta meno estesa.
Rispetto alla roccia primitiva, che serve di base ai monti Veronesi, essa non si discopre in veruna parte, ed è mestieri dedurla dall’esame de’continui monti Vicentini, Bresciani, e Tirolesi. Le rocce che più comunemente si mostrano alla base sono lo schisto micaceo e l’argilloso, ai quali sovente è sovrapposta nn’arenaria macigno, o una grauvachia costituita da un impasto di ciottoli di quarzo srossolani O minutissimi, ove predomina talora quasi al tutto il cemento argilloso misto a esilissime squamette di mica, costituendo di tal guisa l’argilla schistosa.
L’unica roccia, che oltre la calcare meriti considerazione sui monti Veronesi è quella intorno la quale pende tuttora somma controversia appo i naturalisti, massime f ra quelli che non ànno viaggiato in Italia, se sia di origine acquea o del fuoco. Il trappo (trappo stratiforme o secondario d e’Werner iani) modifi+ cato in basalto, in vachia, in mandoloide, in tufo vulcanico e bas altino, o di rem noi diverse fatte di la ve
veggonsi apparire fra la calcare in moltissimi luoghi. Le falde settentrionali di monte Baldo constano in molta parte di tufo vulcanico e di vachia, e i villaggi Castione, Besagno, Tierno, Brentonico sono piantati sovr’essi. Torna poscia ad apparire ora tufo vulcanico o basaltino, ora pozzolana, ora vachia, ora basalto amorfo a S. Valentino, a Pozza ferrera, ai Pianetti, in Campo sull’Altissimo, alle Scalette, ove continua lungo i fianchi del torrente Aviana, sui quali sono le cave di talco zografico. Il tufo vulcanico e la vachia sbuccan fuori di nuovo sulle coste dell’Artillon e dell’Acque negre, alla Ferrara, alla Croce presso la Corona, e molti pezzi erratici di basalto amorfo ò rinvenuto al Cerbiolo. Abbonda inoltre il trappo in valle dell’Adige fino a Trento, e trappica è la base del monte Bondon, il quale costeggia l’Adige a tramontana di monte Baldo. Scopresi pure frequentissimo negli altri monti veronesi come in valle Pulicella ai dorsi di S. Fiorino presso Mazzurega, e a Marano, come pure a Monte Larzano sopra Avesa, in Valdonega presso Verona, a Lavagno, alla Croce presso Chiesa nuova, alle Scandole, alla Montagna dei pezzi sopra le Scandole, a Tinazzo, presso monte Zevola, presso Badia Calavena, alla Ghiazza, a S. Bartolommeo, al Progno, a Rovere di Velo, a Montebello, e basalto amorfo è il vertice di monte Tomba, basalto colonnare quello di Bolca alto dalla sopraffaccia del mare metri 946, 42. Dal che si scorge, che le rocce trappiche esistono ad ogni altezza de’nostri monti, incominciando dai cento metri all’incirca dal livello del mare come in Valdonega, e a monte Larzano, ed elevandosi ai mille e seicento in Campo dell’Altissimo di
monte Baldo, e a forse mille e novecento (1) in monte Tomba.
La vachia e il tufo sono sovente coperti dalla roccia calcare, e occorre ben anco l’alternativa ripetuta di strati calcari zeppi di petrificazioni con altri d’argilla e di vachia, o di tufo vulcanico, che contengono pure corpi marini avviluppati entro al loro impasto come in valle di Roncà, e nella vicina valle di Trissino particolarmente a Montecchio. Alle Acque-negre e all’Ar_ tillon di monte Baldo ove la roccia costituente il fianco del monte consta di discoliti di molte fatte con pettiniti, echiniti, ed ostreiti impastati con un cemento marnoso-calcare, di eguale natura è pure il tufo vulcanico, ed evvi sovrapposta la calcare comune, che sull’alta vetta diventa oolitica.
La vachia del veronese non è diversa da quella de” vicini monti. Di colore il più bruno o nericcio, talora bigio cinerino, o verdastro, di frattura terrea, opaca,
senza lucidezza ; di durezza mediocre ; talora fragile ; di odore argilloso, di struttura il più cellulosa a cellette vote, e intonacate di terra verde o piene di sostanza d’altra natura costituendo la mandoloide, e talora affatto massiccia e compatta formando passaggio al basalto. Entrano fra i suoi componenti’ordinarj l’orniblenda comune e il feldispato, e talora l’augite @ pirossena, impastati da un cemento argillo-ferruginoso più o meno abbondante. I nuclei che riempiono le cellette della mandoloide ora sono calcare amorfa o spato calcare, o talco zografico, o quarzo, o calcedonio che talora fa passaggio al semiopalo come ne’monti di Badia Calavena verso Bolca, o stilbite, o mesotipe, o analcimo. Di peregrina bellezza sono le mesotipi in grossi prismi quadrangolari, riuniti in fascetti disposti a ventaglio o a stella, di aspetto limpido vetroso o bianco, e talora farinoso, che si rinvengono alle falde settentrionali di monte Baldo tra Tierno e Besagno al luogo detto pais. Sono esse disposte in filoncini quae là nel tufo vulcanico semiscomposto, ed evvi sovrapposto uno schisto bituminoso con vestigia di carbon fossile, forse continuazione di quello della prossima valle di Sorna. La mesotipe rinviensi anche nel tufo della valle di Sam presso Castione, come pure nella mandoloide e nel basalto dei monti di Lavagno, ma è assai meno pregevole. A Montecchio in valle di Trissino nelle fenditure della mandoloide avvi bellissime cristallizzazioni di stronziana solfatica. Però un fenomeno ancor più singolare offre Monte Viale sul Vicentino. Rinvengonsi in esso corpi organizzati marini penetrati dalla stronziana solfatica, la quale ora li incrosta, e ricopre, ora li penetra,
e ne riempie i gusci in guisa che modellatasi sulla loro figura assume perfettamente la forma della conchiglia, che si è distrutta. Il celebre Ab. Fortis fu il primo a far cenno di cotali petrefatti ; ma non essendo nota all’epoca in cui scriveva la stronziana, ebbe i suoi cristalli per ispato calcare. In seguito il Conte Marzari-Pencati valente mineralogo, eseguendo di commissione del Governo italiano una collezione di fossili per le università del Regno, fe’conoscere l’errore del Fortis. ll Sig. Castellini di Castel Gomberto fervido amatore di mineralogia vieppiù ne diffuse la conoscenza, offrendo in dono ottimi esemplari a molti naturalisti.
La vachia o è stratificata, o più sovente rinviensi in grandi masse ammonticchiate, o si conforma in palle di varia grandezza sferiche o schiacciate siccome alle Scalette in monte Baldo, a Tinazzo, presso Chiesa nuova, a Roverè di Velo nei monti Lessini, a Bolca, alla Calvarina in valle di Roncà, a Montecchio e Castel Gomberto in valle di Trissino. Le palle appajono formate di strati concentrici, e constano sovente di trasso o tufo basaltino, vale a dire di frantumi o ciottoli di basalto impastato da un cemento argilloso, come ò veduto alle Scalette e alla Croce in monte Baldo, e alla Calvarina, a Bolca, e a Montecchio.
Il basalto trovasi sempre prossimo o in continuazio+ ne della vachia e della mandoloide. È d’un colore nero grigio più o meno carico, opaco, senza lucentezza,’ più o meno duro, difficile a spezzarsi, di frattura ineguale scagliosa, come ferrea e ben anco concoide. Fra i suoi componenti si distinguono |’orniblenda
e l’olivina. Forma esso ora grandi masse informi come ne’monti Baldo, Tomba, Lavagno (1), ora si conforma in colonne di bellezza meravigliosa. Celebri in tutta Europa per la loro disposizione e regolarità sono i basalti de’Panarotti presso S. Gio. Ilarione e d’altri luoghi nella valle di Roncà, ove sono più o meno inclinati all’orizzonte, quelli del vertice o purga di Bolca, e quelli della valle degli Stanghellini di Vestena, ove si scorgono perpendicolari. Cotali prismi sono il più esagoni, talora pentagoni, quadrangolari, e rare volte triangolari. Però vengono questi superati per la varietà e grandezza da quelli che mi vennero veduti a Trissino, ove esistono prismi di quattro sino a otto angoli, del diametro di mezzo metro, altri di settanta sopra cinquanta centimetri, altri di ottantadue metri sopra trentaquattro. A Trissino pure venne scoperto il basalto in tavole.
Terre gialle e rosse stratificate irregolarmente esistono in varj luoghi de’nostri monti, come alle falde di monte Baldo presso Pilcante, in Verona stessa, a Montorio, ad Avesa, a Marcellise, al Ponte di Veja, a S. Bartolommeo, le quali tutte forniscono alla pittura colori vivaci. Ma rinomate sono le miniere di terra verde o argilla veronese o talco zografico. Giacciono nella mandoloide e nella pozzolana della parte settentrionale di monte Baldo sul pendio d’una profonda
valle intersecata dal torrente Aviana. Secondo l’anali» si di Klaproth consta l’argilla veronese di
Silice
53
Ossido di ferro
28
Magnesia
2
Potassa
10
Acqua
6
99
Magnesia —— —— IS)
Secondo lo Sternberg e il Meyer contiene anche del Manganese. I filoni sono circondati da verde e da azzurro montano misti a piriti di ferro. In minor quantità si rinviene talco zografico anche presso Castione, e in monte Bolca, e a Lavagno.
Il ferro e il manganese sono i soli metalli, che finora vennero rinvenuti nella nostra provincia. Trovasi il manganese ossidato metalloide alle sette fontane presso Alcenago. Una miniera di ferro, di cui furono incominciate le escavazioni nello scorso secolo ed ora abbandonate per mancanza di co mbustibile, esiste in valle di Botte poco lungi da Brentonico, ed altra per la stessa ragione obbliata avvi alla Ferrara dello stesso monte Baldo, ove si addittano tuttora le reliquie delle fucine poste sul torrente, le quali anticamente diedero il nome al villaggio. Vestigia di ferro ossidato lenticolare furono scoperte in monte maggiore, di Baldo, e ferro solforato trovasi abbondantemente sparso nella calcare dei colli.
Fra i fossili della provincia rammenteremo innanzi tutto la calcare di Lavagno e di Mazzurega, che serve a lastricare le strade di Verona, e che contiene minuti pezzi di quarzo costituendo di tal guisa un’arenaria
(*). Non è molto dissimile dalla così detta pietra forte onde si selciano le strade di Firenze, e che consta di squamette di mica, e granellini di quarzo. Altra arenaria stratificata bruna costituisce il letto del Litantrace della valle dei Prusti sulla sponda del torrente Illasi ; e consta di mica, quarzo bruno, e feldispato con noccinoli di calcare bianca laminare. Le volte e i sotterranei delle fortificazioni di Verona sono a luogo a luogo coperte di soda sovente mista a porzione di nitro. In un sotterraneo del Castello S. Felice fu rinvenuta abbondantissima e pura. E poichè il colle vicino, e il terrapieno constano di tufo marno-calcare zeppo di estreiti, pettiniti, echiniti, nummali, ed altri petrefatti marini, pensa il Cav. Lorgna ch’essa prenda origine dalla loro sostanza. A Valcaregna presso Castione nelle cave di marmo trovasi solfato di magnesia erratico, e cave di solfato di soda esistevano altre volte a Roverè di Velo. Gesso inoltre estraesi a Torri, creta a Marcellise e a S. Floriano, e pietre focaje in copia grande al Cerro.
Avara non ci fu la natura anche di acque minerali, Vi ò già fatto menzione delle acque di Sermione. In valle di Botte in monte Baldo avvi un’acqua minerale fredda, che meriterebbe un’analisi diligente. Manca pure un’esatta analisi d’altra acqua minerale fredda, che zampilla presse Roverè di Velo a fianco d’un monte, la cui roccia principale sono la vachia e il tufo vulcanico con carbonato calcare e solfuro di ferro, Il
Sig. Bozza da cento libbre mediche ottenne una quan tità discreta di gas acido carbonico e di carbonato di calce, mezzo grano di solfuro alcalino, ed 8 I di ossido di ferro.
Una sorgente termale fu scoperta al cadere dello scorso secolo in valle Pulicella, al lato occidentale del palazzo Roveretti, presso il villaggio Domejara, lunghesso la strada di Germania, a nove miglia da Verona. ll Conte Roveretti desiderando possedere una fonte presso il suo palazzo ebbe ricorso al Sig. Pennet, che viaggiava in Italia. Accondiscese questi di buon grado, e a lato al suo palazzo indicò una polla d’acqua profonda metri 6r, 7246 (piedi veronesi 180). Si scavò tosto il suolo nel luogo indicato sino alla profondità di metri 60, 50, ed ecco scaturire un’acqua calda, che si eleva all’altezza di quattro metri. Qualche anno dopo venne ad asciugarsi affatto la sorgente, e. rimase asciutta per più mesi : e già trattavasi di scavare il pozzo ivi costruito per altri cinque piedi (metri 1,7145), quando tornò di nuovo l’acqua qual prima, nè più scomparve. Giace tale sorgente a me riggio di un colle intieramente composto di calcare secondaria sparsa di echiniti e d’ammoriti, la quale a luogo a luogo riceve pulimento. Le più prossime vestigie di materie vulcaniche sono quelle poste sopra Mazzurega a oltre due miglia in linea retta fra i monti. I vegetabili ch’ivi allignano sono quelli degli altri colli Veronesi. Il fondo d’onde zampilia la sor=. gente è elevato dalla superficie del mare metri 70, posta-la base del palazzo misurata barometricamente di metri 130. La temperatura dell’acqua appena estratta dalla fonte è in ogni stagione di gradi 34 sopra lo
zero Reaumuriano, e il termometrografo del Bellani da me calato al fondo del fonte segnò gradi 35. La trasparenza, il colore, l’odore, il sapore sono egualissimi a que’dell’acqua comune di sorgente. Il peso specifico ai 16 gradi sopra lo zero è più di mezzo centesimo di quello dell’acqua distillata, e all’incirca eguale a quello dell’acqua di varj pozzi di Verona. Conservata per più giorni nei recipienti alla temperatura di 16-18 gradi + o rimase trasparentissima, nè formò deposito veruno. Esposta al fuoco prese a bollire due minuti prima dell’acqua distillata.
Io aveva deliberato istituirne un’esatta analisi, ma dal cimento d’induzione o analisi preliminare essendomi avveduto della scarsezza e tenue quantità de’principj che contiene, non ò posto cura a proseguirla con quello scrupolo ch’era mestieri, onde precisarne indubitatamente la proporzione. Il risultamento degli sperimenti fu il seguente.
Una porzione d’acqua lasciata raffreddare quindi fatta bollire per un quarto d’ora rimase trasparentissima, nè fece deposito veruno. Cimentata l’acqua nella fonte e appena estratta e raffreddata, e bollita tanto colla tintura di tornasole che con quella di curcuma non offerse cambiamento. Lo stesso occorse cogli acidi solforico, nitrico, muriatico, colla tintura di galla, coll’acido prussico, colla soluzione di prussiato di potassa, coll’acqua di Lauro ceraso, e coll’alcoole. Coll’acido ossalico rimase da prima trasparente, ma coll’agitazione si fece a poco a poco lattiginosa. Col nitrato e col muriato di barite avvenne appannamento. Filtrata l’acqua su cui aveva agito il nitrato di barite vi si versò nitrato d’argento, che produsse
un copioso precipitato bianco grumoso. Filtrata l’acqua stessa già cimentata col nitrato d’argento vi si versò acido solforico, che lasciò l’acqua trasparente nè produsse precipitato. Un precipitato spugnoso si ottenne pure dall’acqua termale, su cui si versò nitrato d’argento, prima che fosse stata cimentata co’sali baritici.
Coll’acqua di calce avvenne leggero intorbidamento. Sul sale precipitato si versò acqua stillata, che non lo disciolse interamente. Vi si aggiunse acido solforico, e non avvenne effervescenza. Sperimenti posteriori ànno dimostrato solfato di magnesia disciolto nell’acqua, e la porzione di sale rimasta insolubile solfato di calce si riconobbe.
Coll’acetato di piombo si ottenne dall’acqua termale un precipitato bianco piuttosto copioso. Col carbonato di potassa e d’ammoniaca divenne lattiginosa, e il precipitato raccolto si disciolse con effervescenza nell’acido solforico, e si scoperse un carbonato di magnesia.
Tali sperimenti ed alcuni altri che per brevità io lascio ne rivelano, che l’acqua termale di Domejara non contiene nessun gas nè acido libero, e che i sali in essa disciolti sono una tenue quantità di solfato di magnesia, e una maggiore di muriato di magnesia. Dall’osservazione dei precipitati ottenuti con varj reattivi inclinerei a stabilire, che in cento libbre mediche d’acqua termale avvi di
f Dall’addottà’analisi pertanto uom comprende, debole dover essere la virtù medicinale di tale acqua, e che le guarigioni mercè lei ottenute di alcune artritidi, reumi cronici, ed erpeti voglionsi ascrivere principalmente al calore del bagno con essa fatto.
Dalle falde di due colline di vachia sovrapposta alla calcare conchiglifera stillano le acque termali di Caldiero, celebri fin dai tempi di Augusto e che nel terzo consolato di Petronio Probo ebbero il nome di fonti di Giunone. I Veronesi al finire del secolo 19.%° le ristaurarono, ma tuttavolta sono ora decadute dall’antico splendore. Conservano esse in ogni stagione la temperatura di 29 gradi. Il loro peso specifico è di 1009, e l’analisi di 100 libbre mediche istituita dai Dottori Zenone Bongiovanni e Matteo Barbieri à rivelato
Gas idrogeno solforato in quantità mediocre
Carbonato di calce
gr. 87
—— di magnesia
gr. 17
—— d’allumina
gr. 100
Solfato di soda
gr. 32
—— di calce
gr. 30
—— d’allumina
gr. 21
Muriato di soda marziale
gr. 45
—— di calce
gr. 15
—— di magnesia
gr. 9
Terra silicea
gr. 8
Ossido di ferro
gr. 6
gr. 280
Finalmente farò un cenno del litantrace o carbon fossile, che a larga mano diffuse la natura sui colli
e monti Veronesi. E ben è sventura che in tanta scarsezza di combustibili giaciansi neglette cotali miniere, mentre il loro scavo e salverebbe i pochi boschi, che ancor rimangono pei bisogni delle arti, e diminuirebbe l’alto tributo di danaro, che la provincia Veronese paga annualmente al Tirolo per la provvisione del combustibile.
Monte Bolca, questo rinomato cimitero d’infinite fatte d’esseri organizzati, e sede di meravigliosi fenomini geologici, offre ben anco un suolo sovrammodo dovizioso di litantrace schistoso e piceo ottimo a far bollire prontamente il ferro. Sopra la calcare,. che costituisce la base e l’ossatura del monte, e che rac+ chiude i celebri ittioliti, riposa una infinità di strati paralleli di litantrace alquanto inclinati all’orizzonte nella direzione del N. O. al S. E. coperti e intersecati da trappo vulcanico, e in alcuni luoghi a immediato contatto del basalto in rozzi prismi paralleli, di cui abbiam già fatto cenno, e che liricopre e costituisce il vertice detto la Purga di Bolca. Lo schisto bituminoso serve di matrice.
Altra ricca miniera di litantrace schistoso ottimo a far bollire il ferro meglio e più presto d’ogni altro, siccome rivelarono gli sperimenti del Cavalier Amoretti e quelli istituiti nelle fonderie militari, trovasi alle falde settentrionali-orientali di monte Baldo sulla sponda destra del torrente Sorna inferiormente al villaggietto Train. Varj indizj di litantrace dansi a vedere presso S. Gio : Ilarione ; e sul pendio del monte Calvarina nella stessa valle di Roncà, al luogo detto la casa dei Rossetti, esistono strati di schisto argillo-bituminoso in isfoglie sottilissime, cui i volgari chiamano
libri del Diavolo. Alternano essi, con istrati di tuto vulcanico giallo-scuro penetrati dal bitume. Finalmente litantrace ottimo piceo esiste alla Ghiazza, lignite fibroso presso Castagnè, lignite terreo alla Ca di David, litantrace schistoso a Grezzana, e in valle Tanara, e in più altri luoghi, siccome vedrassi dalla bella ed utilissima memoria, ch’è per escire alla luce Sui combustibili fossili della provincia Veronese del sullodato Conte Ignazio Bevilacqua Lazise.
A compimento di questo abbozzo geologico debbo aggiungervi, che parecchi nostri colli constano ora di tufo calcare o mattajone, ora di breccie o puddinghe composte di ciottoli, e frammenti calcari più o meno voluminosi, impastati in, un cemento calcare, coi quali avvi talora dei sassi di porfido e di granito. Tali sono quelli che dividono la valle di Caprino dalla valletta di Rivole, come pure la catena che da Garda va declinando verso Peschiera. Di puddinga sono pure alcuni gioghi meno elevati di monte Baldo, come in valle Basiana., ove risultano di frammenti più o meno voluminosi e angolosi di calcare impastati da un cemento calcare o marnoso ; e il fianco settentrionaleorientale dell’Altissimo Gi monte Bal@o sopra Brentonico consta di ghiaja e di sabbia calcare, sicchè offre frane e scoscendimenti considerevoli. Tutta l’alta pia» nura Veronese infine è quasi interamente costituita d’alti banchi di sassi calcari, porfirici, schistosi, e granitici, di quarzo, di focaja frammisti a sabbia, ad arenaria, a creta e argilla. L’Adige e i torrenti, che giù precipitano da’monti, ne discuoprono a luogo a luogo i diversi strati. Questi ultimi fenomeni par cosa ragionevole attribuire alle varie catastrofi, cui ebbe a
soffrire il nostro fiume ; e sovrattutto all’epoca che vennero spaccati i monti della Chiusa.
Dalla esposizione fattavi della struttura di monte Baldo voi vedete, mio celebre amico, che non molte cose presenta atte a risvegliare la curiosità del geologo. Che se noi prendiamo ad esaminare gli animali che lo abitano, poco rilevante comprenderemo esserne pure la disamina. Niuno avvene che non sia nei prossimi monti o nel piano Veneto=Lombardo, salvo l’ordine degli insetti, de’quali peregrine specie si rinvengono. Vi ò già fatto cenno degli augelli e dei serpenti nostri. Niun quadrupede particolare abita il monte Baldo. Il solo Lupo (Canis Lupus) vien talora a infestare gli armenti, e l’Orso (Ursus Arctos) e la Camozza (Capra rupicapra) dopo la distruzione delle spaziose selve cercarono altrove più sicura stanza. Quello, onde va celebre questo monte, voi ben sapete essere le infinite e rare piante che alberga. Le sue diverse plaghe, altre apriche e aduste, altre eternamente ombreggiate, le sue valli profondissime e deserte, le sue balze sublimi fanno sì ch’ivi crescano vegetabili di famiglie e di climi disparatissimi. Questa è la cagione, ond’è mestieri percorrerlo e nelle diverse stagioni e moltissime volte. Io verrò descrivendovi le varie parti ; e ponendo mente allo scopo principale de’nostri viaggi, nutro fiducia che non vorrete appormi una soverchia distinzione di luoghi.
Coloro che partono di Verona per due strade possono giungere alle falde di monte Baldo. Una è la via di Germania, che si abbandona valicando 1’ Adige al di là della Chiusa, e giungendo a Brentino, piccola terra edificata alle radici orientali. Di là per la via
detta delle scale si ascende alla Corona. Giace questo Santuario in una gola del monte sull’ignudo fianco d’una rupe torreggiante. Guidano ad esso un tortuoso sentiero chiuso fra folte selve d’alberi e d’arbusti assai piacevoli a riguardarsi, e secento e più scaglioni nel sasso scavati, e alternanti con frequenti piani onde riesca meno disastrosa l’ascesa. Fra le fessure di cotali balze germogliano rare stirpi di piante. Presso la sommità del giogo avvi una fonte graziosa, le cui acque gelidissime porgono grato ristoro a quelli che accorrono a visitare quell’angusto ricetto di solitudine. Alquanto più alto sorgono alcuni casolari detti i Coltri e i Crosati. Da essi piegando verso settentrione si giunge alla Ferrara ; ma proseguendo verso ponente ne si presentano le ubertose praterie del Prabasar e la valle Basiana ricca di pascoli e di selvette di Noccioli, di Lamponi, e di Citisi e simili piante fruticose. Sopra questa giace la valle Fredda, la più ferace fra le vicine. Altra valletta posta a mezzodì chiamasi Zme. Però abbandonando la valle - fredda incontrasi a tramontana il Campedello, quindi la Ferrara, villaggio composto di molti gruppi di case e capanne vagamente disposte nel fondo d’una vastissima valle, fian- cheggiata a ponente dal maggior dorso del monte, a oriente dal vertice dell’A/baré. I contorni della Ferrara sono ricchi di prati e di pascoli, e intersecati’da rigagnoli, che tutti si congiungono nel torrente che giù precipita dai dirupi della Corona. Un profondo ed aspro burrone di questa valle dicesi valle orsa. Progredendo in retta via verso settentrione si ascende al Cambrigar indi in Noveza. Questa parte eminente divide come in due il monte, sicchè le acque,
che discorrono dal pendio meridionale ; finiscono nel rivo della Ferrara, e quelle da settentrione nel torrente Aviana. Noveza parte è piena di pascoli feraci, parte è selvosa e dirupata, e in questi dirupi. rinvengonsi copiose piante. Poco oltre a Noveza avvi il Campione, e il limpidissimo rio delle Acque-negre, ove altre volte era il confine della repubblica Veneta. L’eccelso dorso di Baldo costeggia a ponente tutti questi luoghi, ed i rivolgimenti del di Imi fianco orientale sono determinati con proprio nome. Partendo da
freedd a il primo luogo chiamasi la Zornza, ove è val-l una valle angusta e inaccessibile detta valle Brutta, Segue poscia la valle Losanna e il Sassetto e la Fonsana del di lui nome situata sull’alta pendice del
| monte di fronte al Campione.
Al rio delle Acque-negre tre vie ne si appresentano : l’una a destra guida a monte Gambon, al Cerhiolo e alla parte ultima e più orientale di Baldo detta i Lavaci. Per quella’di mezzo lungo il ruscello si sbocca al pian della cenere, e alla selva d’Avio. La terza a settentrione scorge all’ampia valle d’Arti//on e ai Dossioli, ove un tempo esistevano antiche foreste ora in gran parte divelte. Dall’Artillon si fa passaggio ai prati di Brentonico e del Tredespin. In questi monti era anticamente l’ampia selva detta de’Brentegani raramentata dal Pona nel suo Monte Baldo descritto, e che nell’edizione latina chiama sylva Brentonicensis. Abbandonando poscia a man manca gli Zocchi, Navene, e Tolghe, quindi Canalette, e 1° Altissimo si scende pel luogo detto le Scalette, ove in due si parte il sentiero. L’uno guida per 1 Pranetti, Pozza Ferrera, e S. Giacomo ai villaggi Brentonico,
Castione, Tierno’e alla valle percorsa dal torrente Sorna, luoghi situati alle falde settentrionali» orientali ; per l’altro orientale si. scende per la valle del retto e il sentiero de’soppiadori lungo il torrente’Aviana alla terra Avio.
L’altra strada che da Verona conduce a monte Bal. do è quella di Caprino, dal qual villaggio per varie viottole si può ascendere. Una di queste detta la Costa dei cani guida ai monti della Corona, Per l altra più meridionale detta via dei Lumini, chiusa fra il giogo di questo nome e il Piore si giunge alla valle Ortigara, dove ne si parano lieti pascoli e boschi di Faggi spaziosi, che colla loro opacità fanno gradito contrasto all’amenità de’vicini prati. Inferiormente all’Ortigara ànnovi le praterie e le selve di Pra-lungo e di Bren - zone : Ma dall’Ortigara ascendendo in via retta fassi incontro l’erboso ed ampio dorso Costa della, a destra del quale giace la valletta di MNavole, d’onde si’scende in valle-fredda. Nel pendio di Navole occorrono i sassi di valle fredda, luogo caro ai Botanici per’le peregrine piante ch’ivi allignano ; e progredendo alquanto rinviensi la fontana di Navole, fonte meravigliosa sì per l’altezza sua, che per la copia e freschezza delle sue acque. Una valletta a destra della fonte porta il nome di valle del Bastion.
Da Costabella scendendo alquanto per la pendice occidentale entrasi nell’erbosa valle Vaccaria innaffiata’dal grazioso fonte di Brigaldello o delle Buse. Da valle-vaccaria dopo lunga via si passa all’ampia foresta di Piombe. Ma pigliando cammino lungo il “>” dorso Costa-bella si ascende all’altissime cime di Bal- ‘do dette monte maggiore. Disastroso però è il tragitto
per l’alta vetta al di là del giogo Coval santo, ond’è mestieri deviare alquanto sul fianco orientale. Lungo la via veggonsi da occidente valli profondissime da sassi e da rupi ignude circondate, nel profondo delle quali alberga eternamente la neve. Sono esse la valle delle buse, le valle delle pietre o di monte Maggiore, la valle delle ossa, la valle di S. Zeno, la valle grande o fonda o dritta anche chiamata, la valle Orzera, la valle Finestra, e la valle delle Pozzette, selvagge tutte, nè da niuno per avventura frequentate fuor dai Botanici. In questi gioghi difficili e in queste valli allignano le più rare piante alpestri. Però superate le sublimi vette di monte Maggiore, difficile sovrammodo e periglioso riesce il tragitto nelle seguenti, formate di nude punte e di scoscese balze, e fiancheggiate a ponente dalle dette valli Orzera e Finestra. E però trascorso il Sassetto miglior consiglio è abbassarsi sul fianco orientale fi no all’Artillone, ove le cime si fanno meno erte, e a mano a mano s’appianano, e vengono erbose. Per queste facili vette movendo i passi si giunge agli ubertosi prati e alla maestosa selva di Malcesine e alla bocca di Navene, d’onde si discende al Benaco. Al di qua di Navene s’incontrano a oriente i pascoli dei Zocchi, e a occidente l’asprissimo sentiero di Ventrar (se sentiero può chiamarsi), i di cui dirupi generano peregrine piante. Oltre Navene ànnovi i pascoli di Tolghe e Canalette, e il giogo più settentrionale di Baldo detto 1° Altissimo già per noi rammentato.
Eccovi, egregio amico, la topografia di monte Baldo. Porrò fine a questa lettera adducendovi il nome delle specie da me raccolte e in questa e nelle molte altre
gite da me intraprese, e vi aggiungerò il luogo dov’esso allignano, e l’altezza dal livello del mare. Di tal guisa io v’offrirò un saggio di geografia botanica. Io ò diviso la geogratia botanica Veronese e delle prossime provincie Vicentine e Bresciane in tre regioni o zone, desumendone i confini principalmente dagli alberi, come quelli che concigliano un aspetto proprio alla vegetazione. La prima, che chiamo regione collinesca o delle Querce e de’Castagni, aggiunge a incirca settecento metri. La seconda, la regione montanesca o dei Faggi e delle Conifere, Pini, Abeti, Larici,. s’eleva dai settecento ai mille trecento metri. La terza, la regione alpina o dei Mughi e dei Cembri, dai mille e trecento arriva fino alle nevi. La regione sotterranea e la nevosa, quella che incomincia, questa che pon fine alla vegetazione, ambedue abitate dalle crittogame, mancano alle provincie nostre. Però rispetto alle tre regioni ammesse io non debbo tacervi, che i confini per me stabiliti non sono al tutto irremovibili, avvenendo qui pure come altrove, ch’ora si elevino, ora si abbassino secondo la diversa plaga. La Carice baldense, poniam caso, pianta montana e ben anco alpina fu da me colta fiorente ai primi di aprile sulle rupi ventose della regione collina di Limone al Lago. Nelle rupi della Corona di monte Baldo meno alti di 800 metri, ma esposti a bacio cresce la Pederota Bonarotta erba alpina ;laddove nei boschi a meriggio di Chiesa-nuova nei Lessini, elevati a più di 1000 metri vegetano le Querce. Così nei contorni di Schio e di Recoaro all’altezza di dugento in trecento metri nuscono l’Arabis alpina e l' Arabis ovirensis, la Cardamine impatiens, l'Euphorbia sylvatica, la Daphne
Laureola ecc. piante montane. Nella valle dei Ronchi sopra Ala, e alle falde occidentali-settentrionali di monte di Baldo sopra Malcesine ò veduto crescere entro la regione collina l’Arbutus Uva ursi col Rhododendron ferrugineum, e Rhododendron hirsutum cogli Abeti, coi Pini, e coi Faggi, piante montane, e le prime ben anco alpine. Fra gli scogli bagnati dalle acque del Benaco, ma esposti al soffio incessante d’aquilone, tra Malcesine e Navene, tra Riva e Limone crescono la Daphne alpina, il Cytisus purpureus, e lo Spartium radiatum, il quale veste i dirupi di valle-fredda, dell’Artillone, e dell’Altissimo di monte Baldo, e le parti più alte de’monti Pertica e Sumano. Le sponde benacensi Bresciane all’opposto, situate a levante-meriggio fino all’altezza di 150 metri dal mare e di 70 sopra il Lago, sono coperte di Ramerino, di Leandri, di Fichi e di Olivi spontanei, di Melagrani selvatici, di Agave, di Allori. Che se prenderemo a esaminare la vegetazione del Tirolo e del Friuli scorgeremo vieppiù crescere le eccezioni. Dalle quali cose n’emerge, non essese la rarefazione dell’aria che determina l’abitazione delle piante, com’altri pretese. E comunque non neghi affatto l’influenza della natura del suolo e della quantità dell’acqua che cade annualmente dal cielo; pure la temperatura è quella che esercita la principale azione sull’abitazione delle piante.
Non reputo inutile avvertire, che molte piante crescendo volgarissime in più parti di monte Baldo io non ne ripeterò il nome ogni volta. Aggiungerò alcune note alle piante novelle o pregevoli o che meritano dilucidazione. Seguirò la nomenclatura del Will
denow per le Fenerogame e per ie Felci, quella dell Hedwig o del Bridel o dello Schwaegrichen nei Muschi, del Roth nelle Epatiche, del Vaucher o del Dillwyn nelle Alghe, dell’Acharius nei Licheni, e del Persoon e Decandolle nei Funghi.
Dalla valle di Caprino pertanto sino ai Masi e al’così detto pra-bestemmià sotto pra-lungo all’altezza d’incirca 700 metri crescono le seguenti, che si rinvengono pure nella più parte dei colli e nell’alta pianura Veronese.
Acer campestre.
Achillea Millefolium
—— tomentosa.
Adonis annua. A. cestivalis
et A. autumnalis L.
A. caule glabro superne sul-
cato, foliis multifido-linea-
ribus, petalis 3-8 oblongo-
ovatis. Mihi.
L’Adonis aestivalis, et Ado-
nis autumnalis non seno spe-
cie ma varietà; perocchè fra
le biade si rinvengono indivi-
dui coi fiori a otto petali
grandi, altri con cinque mi-
nori, altri con tre, quattro,
sel, sette di varia grandez-
za, e dai semi raccolti da
essi ò ottenuto pressochè
tutte le suddette varietà.
Aecidium clematitidis
—— confertum —— DeC.
—— euphorbiae.
Aegilops ovata.
Agaricus edulis.
Agrimonia Eupatorium.
Agrostemma Githago.
Aira caryophyllea
—— cespitosa
—— cristata.
Ajuga Chamaepithis
—— genevensis
—— reptans.
Alchemilla Aphanes.
Allium angulosum
—— carinatum
—— paniculatum
—— rotundum
—— vineale.
Alnus glutinosa.
Alopecurus agrestis
—— geniculatus.
Alsine media.
Althaea cannabina.
Alyssum calycinum
—— paniculatum
—— sativum.
Amanita caesarea. Fra i Castagni al luogo detto i Masi.
Austriacae part. II. p.199,, Ob specimina a D. F. Christiani in montosis circa Dukla collecta, quae manifestissime medium inter Ch. Leucan» themum et Ch. montanun tenent has species praceunte Ch. Gerardo, conjungo,,).
Seguier (Plant. veron. II. p. 111) colle seguenti frasi ripetute anche dal Moreni nel suo erbario "Fumaria minor tenuifolia, caulibus surrectis, flore hilari purpura rubente. Bauh. pin. 143; Capnos tenuifolia. Clus. hist. CCVIII. c. ic." le quali riferendosi alla Fumaria spicata ànno fatto conchiudere al Linneo che la Fumaria spicata cresca nei campi nostri, lo che non è altrimenti vero.
Lecidea baldensis: crusta imbricata foliaceo-lobata pallide virescente subtus alba fuscescente, lobis minutis crenatis, apotheciis confertis planis incarnatis demum marginatis. Spreng. Pl. min. cogn. pug. II. p. 95. Pollin. Pl. nov. vel min. cogn. p. 28.
—— callosyne
Lecidea lapicida
—— parasema
—— Wulfenii.
Leontodon Taraxacum.
Lepidium graminifolium.
Leskea polyanthos
—— sericea.
Ligustrum vulgare.
Linkia Nostoc
—— pulposa Mihi. L. suborbicularis fusca lobata, lobis crassis subimbricatis crenulatis, superficie centrali apotheciis rufis sparsa. Pollin. Pl. nov. vel min. cogn. p. 30.
Il celebre Willdenow nella sua Enumeratio horti berolinensis p. 790 à fatto due specie distinte delle due varietà a fior giallo e a fior bianco del Melilotus officinalis, e il carattere principale consiste nel pericarpio dispermo nella varietà a fior giallo, monospermo in quella a fior bianco. Ma io ò rinvenuto ora uno ora due semi tanto nell’una che nell’altra. Ambedue sono appo noi annue, e la varietà a fior giallo à lo stendardo senza vene fosche.
Melissa officinalis.
Melittis Melissophyllum.
Mentha arvensis
—— rotundifolia
—— sylvestris.
Mercurialis annua.
Merulius Cantharellus.
Mespilus monogyna
—— Oxyacantha. Negli spineti e nelle selve.
Mnium cuspidatum
—— undulatum Hedw. M. ligulatum Brid.
Morchella esculenta
—— patula.
Myagrum rugosum
—— striatum Mihi. Rapistrum monospermum. Segu. Ver. I.
Provenit etiam in arvis vicis Vallese, Oppeano, Bonavigo, Minerbe adjacentibus.
Il Seguier e il Moreni, che ànno rinvenuto la descritta specie presso Oppeano e il Vallese, ove fu pure da me raccolta, l’ànno determinata colla frase del Bauhino sopraccitata, la quale si riferisce dagli Autori al Myagrum perenne. Anche nell’erbario del Vitman, cui posseggo, esiste col nome di Myagrum perenne. L’ò spedita a qualche Botanico mio corrispondente, e fu determinata per lo Myagrum rugosum. E di vero a questa specie per la forma del fiore, e della siliquetta e pel fusto annuale s’avvicina, tanto più che dassi una va-
rietà notata dal Roth Germ. II. p. 81. siliculis minus pilosis. Tuttavolta oltre delle siliquette affatto liscie ne differisce per le foglie. S’accosta più al Myagrum orientale, secondo quello che puossi arguire dalla frase specifica, non avendo sotto gli occhi un esemplare. Frattanto io determinerò le tre specie Myagrum striatum, Myagrum rugosum, Myagrum perenne colle seguenti frasi:
S. subrotunda vel tuberculiformis, nigra, intus stratis concentricis interrupta. Mihi.
In truncis Salicis albae, et Populi nigrae emortuis.
È una delle specie della massima grandezza, eguagliando
sovente una grossa noce, sicchè pare un Petilupo o Vescia lupaja antica. È nera coriacea esteriormente e levigata: taluno autore però la osservò di color fosco e a superficie inuguale e pustulosa. La sua figura è assai varia, ora bistonda, ora ovata, sovente munita d’un brevissimo e grosso stipite segnato di rialti circolari, superiormente ampliantesi in tubercoli più o meno pronunciati. La sezione verticale offre tanti straterelli semicircolari o quasi circolari concentrici bianchi, fragili come il midollo di molte fanerogame erbacee, e separati da setti neri più consistenti, i quali sono quelli che costituiscono i rialti circolari sulla base del fungo. Nei tubercoli maggiori ò annoverato fino a 18. 20 strati. Cotali strati sono tutti eguali, salvo i tre o quattro più esteriori, che a mano a mano vanno assottigliandosi, sicchè l’ultimo immediatamente sottoposto al tegumento è appena distinguibile. Questi inoltre non sono candidi, ma d’un bianco sudicio. Osservata a microscopio composto una sottile laminetta perpendicolare d’uno strato unitamente al suo setto, apparisce composta d’un tessuto membranoso trasparente e segnato da fibrille longitudinali, con alcune trasversali a luoghi indeterminati. Talora dansi a vedere eziandio alcuni punti simili a quelli del tessuto membranoso delle fanero-
game. Non sono però giunto a distinguere in essi punti il puntino centrale trasparente. Il tessuto membranoso dello strato giunto al setto si fa più sodo, offre cellette o fibre più fitte e si tinge in nero. Torna quindi a farsi soffice e candido costituendo lo strato seguente. La tessitura del tegumento è molto simile a quella dei setti.
Una sfoglia sottile trasversale di uno strato dà a vedere mercè il microscopio un tessuto membranoso, che si apre in cavità tubulose rotonde od ovate o irregolarmente angolose, le quali corrispondono alle fibre che appariscono sulla sezione verticale. Cotali tubi non sono voti nell’intera loro lunghezza, ma a luogo a luogo sono interseccati da una parete membranosa o cellulosa trasparente, alla quale penso corrispondano le fibre trasverse, cui dicemmo osservarsi sulla sezione verticale. Gli strati esteriori offrono tessuto meno sviluppato e talora indefinibile; dal che conchiudo essere i più giovani. Per ciò che spetta agli organi moltiplicatori io non sono riescito a distinguerne nessuno.
Spiraea Filipendula.
Stachys annua
—— germanica
—— palustris
—— recta.
Stellera Passerina.
Stipa pinnata.
Symphytum officinale.
Tamus communis.
Tanacetum vulgare.
Teucrium Chamaedrys
Teucrium Chamaedrys. β.
Thalictrum angustifolium
—— flavum
Thelephora acerina. Sul Noce.
—— hirsuta
—— purpurea.
Thlaspi Bursa pastoris
—— perfoliatum.
Thymus Acynos
—— angustifolius. Pers.
—— Calamintha
—— grandiflorus
—— lanuginosus
—— Nepeta
—— Serpillum.
Tortula muralis. Brid.
—— unguiculata. Brid.
Tordylium maximum.
Tragopogon pratense.
Tribulus terrestris.
Trichodium caninum.
Trifolium agrarium
—— alpestre
—— angustifolium
—— arvense
—— fragiferum
—— medium
—— montanum
—— pratense
—— repens
—— rubens
—— scabrum.
Triticum repens.
Tuber cibarium
—— rufum. Mihi. Nelle vigne e nelle selve dei colli presso Colà. T. globosum solidum, rufum, laeviusculum, arrhizon, interne primum sordide albidum, dein rufescens, venis albis. Pollin. Pl. nov. vel min. cogn. p. 33.
In Baldi locis humilioribus et in collium fere omnium sylvulis occurrit, quamvis a Seguiero cum propriis phrasibus non commemorata; modo major evadens (Veronica latifolia) in locis fertilibus, modo minor in siccioribus (Veronica Teucrium).
Ex multis praeclaris Botanicis Veronicam hanc accepi modo sub nomine Veronicae Teucrii, modo Veronicae latifoliae: eamdemque in provincia Veronensi et proximis collectam ad eos missam modo Veronicam Teucrium dixere, modo Veronicam latifoliam. Ex quibus colligo unicam esse speciem, cui nomen Veronicae Teucrii servavi. Meam sententiam insignes Willdenowius et Schraderus confirmant, quorum primus in sui operis cui titulus - Species plantarum -
tom. 1. p. 66. sic ait „ Specimen hujus Veronicae (scilicet Veronicae Teucrii) in herbario Linnaeano non invenit clarissimus Smith (Act. Soc. Linn. Lond. 1. p. 191.) Ego semper sub hoc nomine V. latifoliam, vel V. prostratae varietatem majorem vidi, ergo dubia planta “. Et Schraderus in Florae germanicae tom. 1. p. 37. „ Collatis synonymis a Linnaeo ad V. latifoliam et Teucrium relatis, vix ullum dubium mihi superesse videtur, Linnaeum sub varietate nostra majori Ver. latifoliam sub minori V. Teucrium intellexisse, quod adhuc respectu V. latifoliae magis probabile sit eo, quod in herbario Jacquini fil., ut cl. Schott mihi per litteras mandavit, specimen hujus plantae asservatur, cui Linnaeus manu propria notam adscripsit: Veronicam pseu-
dochamaedryn Jacq. eandem esse cum sua latifolia “. )
Veronica triphyllos.
Verrucaria analepta
—— Epipolaea
—— Harrimanni
—— Schraderi.
Viburnum Lantana.
Vicia angustifolia
—— cracca
—— Ervilia
—— lutea
—— narbonensis
—— peregrina
—— sativa.
Vinca minor (Dafnoide. Calceol. Viagg. 9.)
Viola canina
—— mirabilis
—— odorata
—— tricolor α.
Vitis vinifera.
Xanthium spinosum
—— strumarium.
Xeranthemum inapertum.
Xyloma salignum.
Zyzyphus Paliurus
—— vulgaris.
Dal luogo suddetto sino all’Ortigara all’altezza di 1450 metri crescono oltre molte delle nominate:
Achillaea distans.
Acer Pseudo-Platanus.
Aconitum cernuum
—— Lycoctonum
—— Napellus.
Actea spicata.
Agaricus alneus
—— coriaceus
—— versicolor.
Alchemilla vulgaris.
Apargia alpina
—— tuberosa.
Aquilegia vulgaris.
Arabis alpina. (Draba Clusiana di seconda specie. Pona Bald. ital. 190. Draba Calceol. viagg. 9.)
Arenaria Gerardi.
A. foliis lineari-subulatis, trinerviis, floribus geminis terminalibus, calycinis foliolis acuminatis margine membranaceis trinerviis. W. Sp. pl. II. 729.
Questa specie trovasi volgarissima in tutti i pascoli della mezzana altezza fino alla maggiore, e varia perciò senza modo. Il Seguier (Pl. Veron. I. p. 419) l’à certamente indicata colla frase „ Alsine saxatilis et multiflora capillaceo folio “ che spetta all’Arenaria saxatilis,
Polygala Chamaebuxus var. fl. alis purpureis, carina apice flava.
Primula veris.
Saxifraga androsacea.
Saxifraga Ponae. a. Sternb. (Saxifraga alba petraca. Segu.
Ver. I. 447. Pona Bald. ital.
183.c.fig. buona. Sassifraga
bianca. Cale. Viagg. 12.)
—T— y. Sternb. foliis omnibus integris.
Nella valle alpina detta di monte maggiore, o valle delle pietre, e lungo il dirupato sentiero chiamato scalette, onde si ascende all’alta vetta, e nei al scoli prossimi al vertice, dai 1800 ai 2200 metri.
Ajuga piramidalis.
Athamanta cretensis.
Azalea procumbens.
Bartsia alpina.
Chaerophyllum sylvestre.
Cherleria sedoides.
Dianthus sylvestris.
Galium baldense.
Marchantia hemisphacerica
—— polymorpha.
Paederota Bonarotta : foliis subrotundo-ovatis dentatisj racemo oblongo subnutante, corollarum galea indivisa acuta. Pollin. Element. botan. tom. II. p. 200. dev Cb. figlia.
(Paederota Bonaroita et Veronica Ponae. ?illd. Sp. pl et Pers. Syn. pl.
Veronica Bonarotta. Linn. Sp. pI.
Veronica petrea. Scegu. Ver.I p. 239. Pona Bald. ital. 179. c. fig. e 244.)
Da Costa-bella proseguendo pel Coval santo, Monmaor, Sascaga, e per le seguenti altissime vette fino oltre la Colma o cima di valle Finestra, dai 2000 ai 2200 e più metri. do petreo con foglia di Bu-
Achillea atrata Clavennae.
Alchemilla alpina.
Androsace alpina. Lam. Aretia alpina. Linn. W. Sp. pl.
—— lactea.
Anemone alpina.
Apargia crocea. Sotto il Cova ! santo,
(A. scapo monanthodio, superna parte squamosa peranthodiisqne hirtis, foltis runcinatis glabris, lacinia terminali triangulari. Pollin. PL nov. vel min. cogn. p. 19.)
Orchis globosa (Segu. Ver.II. p. Tag. h/79 : tab10. 00)
Orchis nigra —— viridis. Pedicularis tuberosa —— verticillata. Altissimo. Salix herbacea. In Campo.
Saxifraga aizoides
—— coesia
—— sedoides.
Senecio Doronicum ft.
Spartium radiatum.
Spergula saginoides, Nei pa-
scoli. S. caulibus simplici-
bus decumbentibus, foliis LA
oppositis lineari - subulatis,
pedunculis axillaribus, pe- Posl
talis calyce breviorib.u -
lin. PI. nov. vel min. cogn.
Dalle falde settentrionali verso Tierno, Castione, Brentonico, valle delle Sorne ascendendo per S. Giacomo, Pozzaferrera fin presso ai Pianetti ; dai 300 a incirca 1000 metri.
Orchis bifolia. (Se gu. Ver. IL. p. 138. n.14. tab. 10. f. 10.)
—— mascula. (Segu. Ver. IL
p.124. 125 n.6. 7. t.15. f.5.6.)
Pinguicula flavescens. #/ork. vulgaris.
Rhododendron ferrugineum hirsutum.
Salix aurita corruscans
—— Pootederana
—— —— riparia
—— Wulfeniana.
Schoenus nigricans.
Scirpus Caricis.
Scrophularia nvdosa
—— verna.
Tussilago Farfara.
Lungo la via che guida ai Lavaci,'e nelle foreste laterali sino al pian della cenere, dai 1000 ai 14oo metri.
Agaricus flammeolus. Mili.
Arenaria trinervia.
Aspidium aculeatum
—— 6. minus
—— Filix foemina
—— Filix mas
—— fragile
—— Halleri. (Filicula quae
‘ Adianthum album Joannis Bauhini, latifolia. Ponted.
Comp. 20. Segu. Ver.L. 70.) Lonchitis.
Asplenium Adianthum nigrum
—— Trichomanes viride.
Botrychium Lunaria (Lunaria
racemosa ovvero minore del
Mattioli. Pona 195. 240. Lu-
naria del graspo. Calc. Viag-
gio 12.)
Cenomyce furcata d. recurva.
Ceterach officinaram.
Collema furvum.
Epilobium angustifolium montanum d. E. alpestre.
Epipactis Nidus Avis. Selva
dei Lavaci (Satirio abortivo del Lobelio. Pona Bald. ital. p. 238.)
Erysimum Barbarea.
Euphorbia dulcis
—— sylvatica.
Gentiana lutea.
Hieracium praemorsum
—— staticifolium.
Hypnum recognitum. Ai Za- VACL.
Ligusticum peloponense. (Cicutaria fetidissima del Lobelio da altri chiamata Seseli Peloponense. Pona Bald.ital. 240. Seseli peloponense. Cale. Viagg. 10.)
Mnium ligulatam. Brid.
—— punctatum.
Ophrys Monorchis. {S egu. Ver. II. 131. n. 22. t.16. fig.15.)
Euphorbia ambigua. (Folia, involucra, et involucella integerrima, umbellae radii erecti, capsulae nudae verrucosae ; quibus caracteribus differt ab aftinibus £. dulci et E. carniolica. Mihi occurrit etiam in monte Sumano.
Festuca decumbens. (Danthonia. DeC. Gaud.)
Galanthus nivalis.
Galium austriacum.
Galeobdolon luteum.
Hepatica triloba.
Iris graminea.
Ligusticum peloponense.
Lycoperdon giganteum
—— pyriforme |. tesselatum.
Mercurialis annua
—— _ —-. perennis.
Muscari botryoides.
Orchis bifolia (Segu. Ver. IL p. 128. n. 14. tab. 19. fi‘10,)
Nei prati e campi della Ferrara crescono le seguent i, la più parte delle quali sì rinvengono anche al Prabazar e negli altri pascoli di mezzana altezza ; dagli 800 ai 1000 metri.
—— 'l’etrahit. Variat ceaule glabro, et hirto, corolla lutea, vel alba, vel purpurea, vel purpureo-variegata.
Galium Bocconei
= purpureum.
Genista ovata
—— pratensis. JZihi. G. ramis adscendentibus striatis, foliisque oblongo-lanceolatis hirsutis, corollis et leguminibus glabris. Pollina. PL. nov. vel min. coga. p. 19.
Gentiana acaulis
—— cruciata
—— germanica
—— verna.
Geranium phaeum
—— pratense
—— robertianum
—— rotundifolium
—— sanguineum.
Geum rivale.
Gnafalium dioicum e. fl. purp.
—— —— £. fl. albo»
Hemerocallis Liliastrum.
Heracleum flavescens. W. H. angustifolium. Jacq. Fl. radiati albi. (Sphondylum majus aliud, laciniatis foliis. Segu. Ver. III. 226. IMoren. hort. sicc. Sfondilio con foglia laciniata. Pona Bald. ital. 190. art.)
Heracleum Sphondylium
—— —— 8. fl. purpureis.
Holcus avenaceus. Schrad. Avena elatior Linn. lanatus
—— Rhapuntica. (Centaurea seconda maggiore del Clusio, da altri creduta la maggiore di Dioscoride, da altri chiamata Reu baldense. Pona Bald. ital. 171.)
Cerastium latifolium.
Chara hispida. Nella fossa ove si abbeverano gli armenti.
Dai Coltri di scendendo al Sant uario della Corona. lungo le scale e nelle selve e rupi adjacenti si no al villaggio e alla valle di Brenti no (dai 1 50 aigoo met ri) le principali piante ch ’i vi cresc oro sono le segue nt i :
dice di Cina, della Smilace complicata pubescentia. Pili aspera 0 Rovo Cervione, delloco ligulae. Panicula spiia Dulcamara e della Salsacata. Glumae paleae valde
Terminata la corsa a monte Baldo ci riducemmo a Brentino, ove passammo la notte. Il dimane ci alzamio coll’aurora onde far ritorno alla città. Ma per non correre sull’orme altre volte calcate piegammo alquanto il cammin nostro verso meriggio, e arrivammo a Caf. Quivi visitammo la solitaria casetta dell’elegantissimo scrittore della Sifilide, e salutammo la vaga collinetta, ove solea muovere a diporto, e beavasi della gioconda veduta della sottoposta campagna, e contemplava le bellezze del Benaco e del sublime Baldo. Lasciato Caffi valicammo l’Adige a Pontone. Ecco, diss’io, allora a’compagni, ecco il suolo ov’era nel sedicesimo secolo il rinomato giardino Nichesola. Una diserta iscrizione rammenta a stento al viaggiatore instrutto l’èsistenza d’uno de’primi giardini botanici dopo il risorgimento delle lettere. Ove rigogliose vegetavano peregrine stirpi australi, crescono ora sterpi ed ortiche..... La sera fummo in Verona.
Mentre era per escire a luce la presente operetta, il Sig. Giovanni Petrettini da Venezia, il quale come Censore alle stampe ebbe a vederne il manuscritto, inviò una cortesissima lettera all’Autore, nella quale fa parola di due valenti Botanici Veronesi, che nel 16.mo secolo percorsero il monte Baldo, e pubblicarono la storia de’ semplici da essoloro scoperti. Poichè non tutti conosceranno i nomi del Calceolari e del Pona, e a cui fieno noti non increscerà certamente udire da elegante penna l’elogio di due benemeriti antenati, si è creduto pregio dell’opera il farla pubblica.
Nello scorrere quella sua elegante Operetta, ch’Ella sotto gli auspizii di un dotto Tedesco vuol mettere a stampa, ebbi campo di ammirare più volte le sue vaste’cognizioni nelle naturali discipline, e di congratularmi meco stesso, veggendo che in questa nostra Italia. così di quelli che alle Umane Lettere rivolgono i loro studii, come degli altri, che alle Dottrine dell’esperienza e dell’osservazione si danno, non è del tutto spento il seme gentile. Piacquemi ancora di scorgere ch’Ella, altrui lasciando la gloria di visitare attentamente l’interne parti dell’Africa. o le più alte cime de’monti americani, abbia voluto piuttosto dimostrare i nostri patrii tesori, i quali o non furono mai conosciuti, od a gran torto giacquero dimenticati : e quel suo Montebaldo eziandio, chiamato a buona ragione l’Orto d’Italia, in questi ultimi tempi, ne’quali l’arte de’Semplici va tanto avanti, doveva promuovere le cure di un investigatore diligente. Che se bene esso Monte può, direi quasi, inorgogliarsi per la copia di peregrini spiriti, che assai prima d’ora andarono con grande amore a ricercarlo, lasciandone ne” loro scritti onorata la rimembranza, non pertanto a’dì nostri non ha così grande la fama, che a lui si spetta, per colpa forse di quell’avverso destino, il quale fa che i nostri ingegni, i quali le scienze coltivano,
siano conosciuti sì poco : ed anzi bene spesso avviene che un qualche moderno oltramontano si tenga come primo scopritore di tal cosa, di che già noi un secolo innanzi avevamo notizia esatta ed intera. Quindi lo stesso Montebaldo, che ora io veggo nominato di rado, fu dagl’intelletti Veronesi del secolo XVI così bene descritto, che, considerata l’età, in cui vissero, non credo che veruno possa desiderare più oltre.
Giovanni Pona, speziale al Pomo d’oro, in un suo libro trattò dî moltissimi semplici di Montebaldo e de’suoi contorni, ed ivi figurò e fece chiare molte peregrine piante degli Antichi, a’Moderni non note, Se non che principe in tale fatica devesi avere Francesco Calzolari, speziale alla Campana d’oro, che nel suo Viaggio di Montebaldo, stampato nelle due lingue d’Italia, ne dichiara il sito e le varie vedute con tanta facilità ed eleganza di stile che veramente a qualunque onorata Compagnia, come scrive egli stesso, a cui per via di diporto o per vedere qualche bella pianta nel suo suolo natìo, piaccia di colà irasferirsi, quella sua Guida può servire di ammaestramento non solo, ma di piacevole lezione. E tanto più merta l’Autore di essere conosciuto e letto, essendochè come promotore, anzi ristauratore «della Facoltà Erbaria puossi tenere senza dubbio veruno. Stretto da’vincoli della più dolce amicizia col Mattiolo, questi ne’suoi scritti fece del Calzolari frequente menzione, e spesso confessò di avere da esso ritratti assai lumi non solo nella Botanica, ma ancora nelle Scienze mediche. Jl Calzolari ebbe molte altre ed insigni corrispondenze, e singolarmente con alcuni eruditi Viaggiatori, che a raccogliere le esotiche piante si recavano per le terre
più inospitali e remote. Ricorderò soltanto Cecchino Martinelli veneziano, che ad esso spedì da Damasco il Satyrion, pianta, che allora credevasi atta a risvegliare le voglie di Venere, e di Haimo Abensusio, ebreo ed archiatro dell’Imperatore de’Turchi, che gli mandò 1’ Amomo e più altre cose. Fu altresì famigliare di Ulisse Aldrovandi, che forse lo confortò a dar principio a quel suo tanto famoso Museo, che venne poi in luce a’tempi di suo nipote, pure per nome Francesco, e che con grande apparato di dottrina fu illustrato dal Ceruti e. dal Coccio. Nè solo dagli scienziati, ma fu avuto in sommo pregio anche da’più gran Principi italiani e stranieri. L’Imperatore austriaco Massimiliano voleva avere di sua composizione i più valevoli contravveleni, e Vincenzo Gonzaga, gran fautore e cultore egli stesso de’buoni studii, così l’ebbe in istima che d’un’aurea collana volle onorarlo, E di più ancora degnossi di andare a visitarlo in un’amena sua villa vicino a Verona, nè si die’a credere di menomare la sua dignità, sedendo alla mensa dello Speziale Calzolari, quando questi, già d’anni carco e cieco degli occhi, attendeva alle predilette sue occupazioni. Tale si è quell’uomo a gran torto dimenticato, che in società di Antonio Tolomei, di Girolamo Lippomani, di Lodovico Fumanello, di Luca Ghino e del Fracastoro si dilettava di ricercare in ogni parte l’amato suo Monte, e che avendone fatta una Descrizione volle mandarla in dono a Prospero Borgarucci, perchè avesse luogo nella Fabbrica degli speziali, che questo Autore per i torchi del Valgrisio nel 1567 fece di pubblico diritto : dono, cui l’uomo insigne e viaggiatore perito ebbe sì caro, che nel fine della sua
Fabbrica gli diede nobilissimo luogo, siccome compimento il più bello che potess’egli offerire a’risguardanti.
Ond’è che io stesso, sapendo, signor Dottore, il di Lei ottimo divisamento di pubblicare quell’ameno suo Viaggio, le invio la notizia di questa Operetta, perch’Ella ne faccia quell’uso che più crede opportuno, e considerarla le piaccia non già come compimento del suo bel Libro, ma come scritto rozzo ed informe, cui le moltiplici occupazioni non mi lasciano tempo di pulire, e di ordinare. Nè io dettandolo ebbi altro scopo fuorchè quello di dimostrare in qualche piccola parte che gl’Italiani furono sempre teneri cultori anche delle cose appartenenti all’Istoria Naturale, e che anzi eglino siccome nelle più soavi e mansuete discipline, così pure in queste devono per il tempo decorso avere il primato. Dell’età nostra non so quale le venture genti pronunzieranno sincero giudizio, ma so bene per altro ch’Ella, se colle Opere sue continua a mantenere di tali studii viva la fiamma, offerirà bell’argomento alla Letteraria Istoria.
Partenza da Verona per Bardolino (4). Descrizione del Lago di Garda o Benaco, sua lunghezza, larghezza, profondità, ed elevazione della sua superficie sopra quella dell’Adriatico (4–5). Innalzamento delle sue acque in estate (5). Sue tre isole (5). Penisola Sermione (5). Sarca, Ponale, Tusculano, ed altri torrenti che metton nel Lago (5). Mincio che n’esce (5). Suoi due venti periodici (5-6 }. Sua navigazione (5). Purezza delle sue acque (6). Amenità e varietà de’suoi contorni (6). Sponda Veronese. Garda, sua Rocca ed Eremo (7). Promontorio di S. Vigilio, il più ameno luogo della sponda Veronese (7). Torri, Castelletto, Brenzone, Malcesine (7). Sponda settentrionale. Torbole e Riva (8). Sponda occidentale più deliziosa della Veronese. Cateratte del Ponale(8). Limone, Campione (8 }. Ridente seno di Gargnano (8). Tusculano, sue cartiere, e fucine (8). Digressione sull’esistenza dell’antica città Benaco (9). Due iscrizioni antiche (9). Maderno (10). Salò e sua gaja riviera (10). Manerbe, Desenzano, Rivoltella, Sermione e grotte di Catullo, Peschiera, Lazise (10). Struttura geologica delle sponde {10}. Sponda Veronese parte calcare, parte di terza formazione (10, 11). Marmi eleganti di’Tor
ri 10). Ciotti porfirici e granitici ond’è sparsa la sponda (10). Sponda settentrionale e occidentale camposte di calcare secondaria bianca o rossiccia, o nericcia fetente, o di marna calcare con corpi organizzati marini peirefatti (11). Varj colli Salodiani di terza formazione (11). Palle silicee e marnose racchiuse nella calce fetida di Campione (11). Marmo nero di Tremosine (11). Cristalli di quarzo, ciottoli di diaspro, calcedonie, agate, corniole, petroselci erratici sui colli di Salò (11. 12). Arena della spiaggia composta di ciottoli calcari, granitici, porfirici, schistosi (12). Cenno sulla costruzione degl’interni monti Bresciani (12). Miniere di ferro ivi esistenti (12). Torba della sponda meridionale {12). Acque termali gorgoglianti dal Lago presso Sermione (12). Corrente singolare subacquea (13). Sua cagione (13.14). Indice alfabetico dei vegetabili principali crescenti presso le sponde e nell’acque (14-20 }. Piante particolarmente menzionate. Buphtalmum speciosissimum (15) ; Erythraea Centaurium ; Erythraea intermedia (16) ; Favolus Mori (16). Nota sul genere Hexagonia dell’Autore (16). Senecio aquaticus (19) ; Senecio Jacobaea (19) ; Ulva turbinata (20), e sua descrizione (44. 45). Pesci benacensi indicati coi loro nomi scientifici e volgari { 20. ar). Descrizione di due specie nuove chiamate Blennius vulgaris, Cyprinus benacensis colla loro figura di grandezza naturale disegnata dall’autore { 20. ar. 22). Petromyzon marinus, e Plenronectes flesus abitatori dei fiumi Veronesi (2 0. 22). Tre Granchj del Benaco (22.23]. Augelli che frequentano il Lago coì proprj nomi scientifici, italiani, e volgari
(23. 24). Principali augelli che vivono o passano per la provincia Veronese (24–28). Insetti rari ed eleganti (29–32). Descrizione di un Bisso dall’autore chiamato Dematium coleopterum, vivente sui coleotteri (29). Nota intorno alla Caprificazione (31.32). Sei serpenti della provincia veronese (32–34). Considerazione sulla direzione dei rami inferiori degli alberi crescenti sul pendio de’monti(35). Osservazioni microscopiche e sperienze eseguite sulle Conferve (36.37), Oscillarie (37.38.39. 40.41), Linchie (4x. 42. 43 } - Specie di Linchia, Linkia pulposa, annoverata dai Botanici fra’Licheni (43}.
LETTERA II.da SUL MONTE BALDO
Partenza da Bardolino per Caprino (47). Posizione di monte Baldo (47). Sua altezza, lunghezza, larghezza (47). Sue vedute amenità, e allettamenti (47.48.49). Arcobaleno osservato dall’autore sulle cime di monte Baldo sotto figura di circolo (49). Lunghezza, larghezza, e superficie quadrata della provincia Veronese (50). Sua pianura, suoi monti, fiumi, e torrenti(50). Longitudine, e latitudine di Verona (50). Sua distanza dall’Adriatico (50). Sua altezza dal livello dell’Adriatico (50). Altezza di molte cime e luoghi de’monti Baldo (51.52), Bolca (52), Lessini {52), Sumano (52. 53), del lago di Garda (dx), e di più altri siti (51–53). Monte Baldo e rimanenti monti Veronesi diramazione dell’alpi primitive del Tirolo (49). Confini e valli principali de’monti Veronesi {51 :92.93/. Letto dell’Adige cambiato e abbassatost dopo lo spaccamento de’monti della Chiusa
{53.54). Monti più alti del Veronese (54) ; ignude rupi per molta parte dell’anno nevose (54) ; monti minori un tempo boschi ora pascoli (54) ; composti tutti di calcare stratificata con filoni e siraterelli di creta, marna, argilla, silice, e zeppa di vegetabili e animali petrefatti (94. 59). Ittioliti innumerevoli di m. Bolca {5 5). Osteolitt (96). Ossa e zanne d'’ elefante e d’altri quadrupedi del Serbaro (56). Marmi pregevoli e numerosi del Veronese (56). Oolite e calcare in bastoni di m. Baldo (57). Tartufite di Castagnè (57). Spelonche (57). Ponte di Veja (57. 38}, Roccia base de’m. Veronesi in niun luogo visibile, bensì nelle prossime provincie (58). Sono lo schisto micaceo e l’argilloso sovente coperti da un’arenaria macigno (58). Trappo vulcanico comunissimo ne’monti Veronesi ad ogni altezza (58. 39. 60). Monte Tomba il più elevato luogo ove si rinviene il basalto, aggiunte in nota le piante alpine ivi crescenti (60 }. Vachia e tufo vulcanico coperti dalla roccia calcare e sovente disposti a strati zeppi di petrificazioni, alternanti con istrati calcari (60). Caratteri della vachia Veronese (60, 61). Mandoloide (61). Mesotipi bellissime vetrose e farinose di m. Baldo presso Tierno(61) ; meno pregevoli in altri luoghi (61). Stronziana solfatica nella mandoloide di Montecchio (61). Corpi organizzati marini di m. Viale coperti e penetratt dalla stronziana solfatica (61. 62). Vachia, tufo vulcanico e basaltino conformati in palle o cipolloni (62). Caratteri del basalto Veronese (62). Basalto amorfo, basalto colonnare (63). Basalto colonnare della valle di Roncà, della valle degli Stanghellini ed im. Bolca (63). Prismi basaltini singolari e basalto
in tavole di Trissino (63). Terre gialle e rosse Veronesi (63). Terra verde o talco zografico di m. Baldo (63). Sua analisi e giacitura (64). Talco zografico di m. Bolca e d’altri luoghi (64). Manganese metalloide di Alcenago (64). Miniera di ferro della valle di Botte e della Ferrara, e ferro ossidato lenticolare di Monmaore di Baldo (64). Ferro solforato frequente sui colli (64). Arenaria di Mazzurega, ;, di Lavagno, e della valle de’Prusti (64. 65). Soda nativa delle mura di Verona (65). Solfato di magnesia erratico. nelle cave di marmo di Castione in’m. Baldo (65). Muriato di soda di Roverè di Velo, e non solfato come per errore sta scritto nel testo (65). Gesso di Torri (65). Creta di Marcelise e. S. Floriano (65). Pietre focaje del Cerro (65). Acqua minerale fredda della valle di Botte in m. Baldo non analizzata (65), e di Rovere di Velo imperfettumente analizzata (65). Acqua termale di Domejara recentemente scoperta (66). Sua profondità singolare (66), sua posizione (66) ed elevazione sopra l’Adriatico (66). Caratteri fisici, e peso specifico (66.67). Analisi instituita dall’autore (66. 67. 68). Acqua termale di Caldiero (69). Calore, peso specifico ed analisi (69). Litantrace o carbene fossile di più fatte copioso in varj luoghi della provincia (69. 70. 71). Carbon fossile di m. Bolca sovrapposto agli ittioliti e sottoposto al basalto colonnare, e coperto e intersecato dal trappo (70}. Tufo calcare, breccie, e puddinghe componenti molti colli e monti meno elevati (71). Alta pianura Veronese costituita di banchi di sassi di varie speciy strascinati dall’Adige e da’torrenti (71). Monte Baldo povero in ogni classe d’animali dagl’insetti in
fuori, feracissimo all’opposito in piante (72). Vie da Ve+ rona al m. Baldo (72.75). Topografia di m. Baldo (72.73.74. 75. 706). Brentino villaggio a’piedi del monte (72). Santuario della Corona (73). Coltri e la Croce o Crosati (73). It Prabasar(73). Valle Basiana (73). Valle fredda (73). Sassi di valle-fredda (75}* Valle Ime (73). Il Campedello (73). La Ferrara villaggio (73). Cima dettal Albarè (73). Valle Orza (73). Il Cambrigar (73). Valle Novesa (73.74). Torrente Aviana (74.75). Il Campione (74). Le Acque-negre (74). La Lonza (74). Valle brutta (74). Valle Losanna (74) Il Sassetto e sua fontana (74). Monte Gambon (74) » Il Cerbiolo (74). { Lavaci (74). Piano della cenere(74). Selva d’Avio (74). Valle dell’Artillon (74). I Dossioli (74). Prati di Brentonico e del Tredespin (74). Selva de’Brentegani, rammentata dal Pona, distrutta (74) : Gli Zocchi(74.76). Navene(74). Bocca di Navene d’onde si scende al Benaco(76). Tolghe(74.76). Canalette (74.76). Altissimo (74.76). Le Scalette(74). I Pianetti (74). Pozza Ferrera (74). S. Giacomo (74). Villaggi Brentonico, Castione, Tierno a settentrione (74.75). Valle e torrente Sorna (75). Il Tretto (75). Sentiero de’soppiadori per cui si scende al villaggio Avio alle falde orientali (74). Via che da Caprino conduce ai monti della Corona, detta la Costa dei cani (75). Altra via detta dei Lumini che conduce a monte Piore e alla valle Ortigara (75). Prati e selve di. Pra-lungo e di Brenzone (75). Vetta detta Costa-bella (75). Valletta di Navole (75). Fontana di Navole (75). Valle del Bastion (75). Valle Vaccaria (75). Fonte di Brigaldello o delle Buse (75). Selva di Piombe (75) : Monmaor la più alta cima di m. Baldo (75). Coval santo
(76). Valli profonde ed aspre delle cime di monte Baldo, chiamate valle delle buse, delle pietre o di Monmaor, delle ossa, di S. Zeno, grande o fonda o dritta, Orzera, Finestra, delle Pozzette (76). Colma o cima, prato, e selva di Malcesine (76). Orrido sentiero detto di Ventrar che scorge al prato di Malcesine e al Benaco (76). Geografia botanica Veronese, Vicentina e Bresciana (77), divisa in tre regioni o zone (77). Instabilità de’confini delle tre regioni rel variar della plaza(77) comprovata per molti esempi (77.78). Cagioni che determinano l abitazione delle piante (78). Enumerazione alfabetica delle piante rinvenute dall’autore in m. Baldo e ne luoghi adjacenti, nelle molte gite da esso intraprese, coll’indicazione dei siti e delle loro altezze sopra l Adriatico (79–129). Piante rinvenute nella valle di Caprino e ne’luoghi adjacenti alle vie onde si ascende in m. Baldo fino ai Masi e al Pra-bestemmià all’aliezza di 700 metri(79.-——99) » Dai luoghi suddetti fino alla valle Ortigara all’altezza di 1450 metri(93—97). In Costa bella ; 1450 ai 2000 m. (97–99). £n valle Vaccaria e al fonte di Brigaldello, 1700 ai 1900 m. (99100). Nella valle di Monmaor e lungo il sentiero onde si ascende alla cima, 1900 ai 2200 m.(100–101). 47 Coval santo, Monmaor, Sascaga, Sassetto sino al di là della colma di valle Finestra ; 2000 ai 2200 e più m. (101–102). Nelle valli delle ossa, di S. Zeno, grande o dritta, Orzera, Finestra, 1700 ai 2200 m. (102–105). Ai pascoli e selve dei Zocchi e Tredespin, e alla colma e al pra di Malcesine, 1400 ai 1600 m. (106). Selva di Malcesine, 1200 ai 1300 m. (107). Al sentiero di Ventirar, 1700 m. (107). Alla bocca di Navene e nelle
prossime selve lungo la via per cui si scende al Benaco, 1300 ai 1600 m. (108). Al Lastè oltre Navene ein Altissimo, 1000 ai 2100 e più m. (108). Dalle falde settentrionali verso Tierno, Castione, Brentonico, valle delle Sorne, ascendendo per S. Giacomo, Pozza-ferrera, fin’ai Pianetti, 300 ai 1000 m. (109. r1o). In Canalette, Tolghe, valle del Tretto, lungo il sentiero de’soppiadori, 1000 ai 1200 m.(II0). Al prato di Brentonico, 1300. m.(110–111). Nella valle dell’Artillon, 1300 ai 1500 m. (111.112). Alle Acquenegre e al Campion, 1300 ai 1500 m. (112-113}. Alla via dei Lavaci e al Pian della Cenere, dai 1000 ai 1400 m. (113–114). Nella selva d’Avio e lungo la via per cui si discende al villaggio, dai 150 ai 900 m. (114). Aî pascoli del Cerbiol ed im. Gambon, 1300 ai 1400 m. (114). In Novesa, 1500 m.(114. 117). Nella valle Losanna, 1500 ai 2000 m. (117). Allà Ferrara, 800 az 1000 7. (117. 120). Alla Lonza, Campedello, valle brutta, 1200 ai 1309 m. (120). Nella vallefredda e sue rupi fino alla valle di Navole, 1400 ai 1650 m. (120. 122). Alla fontana di Navole e alla valle del Bastion, 1700 m. (122). Nelle valli Basiana e ime, 1200 ai 1300 m. (122. 123). Ai prati del Prabasar e della Croce 0 Crosati, 1000 ai 1100 m.(123). Dai Coltri al Santuario della Corona, lungo le scale, seloe e rupi laterali sino alla valle di Brentino, 150 ai 900 m. (123–129). Nota sulla virtù della radice della Saginella selvatica 0 Andropogon halepensis, sperimentata dall’autore in varie malattie (124). Ritorno da Brentino a Verona (130). Visita alla casetta del Fracastoro presso Caffi (130). Si valica l’Adige a Pontone (130), Luogo ove esisteva nel secolo decimo sestoi l
giardino botanico Nichesola (130). Arrivo in Vero-. na (130).
Lettera del Sig. Petrettini all’Autore, nella quale è ragionamento de due Botanici Veronesi Calceolari e Pona, che nel secolo 167° intrapresero il viaggio di monte Baldo c.'° 132.
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PIANTE NUOVE O RARE O DILUCIDATE E OFFICINALI ED ECONOMICHE PIÙ PREGEVOLI.