Sintesi ragionataGoethe, Metamorfosi delle Piante · Flora del Veronese

Metamorfosi delle Piante

Sintesi ragionata dell'opera

J. W. Goethe

1. L'opera e il suo autore

Johann Wolfgang von Goethe (1749–1832) è noto soprattutto come poeta e drammaturgo, ma dedicò per tutta la vita un impegno costante alle scienze naturali: anatomia comparata, geologia e mineralogia, teoria dei colori e, soprattutto, botanica. Il Saggio sulla metamorfosi delle piante (in tedesco Versuch die Metamorphose der Pflanzen zu erklären, «Tentativo di spiegare la metamorfosi delle piante») uscì a Gotha nel 1790. È un'opera breve, 123 paragrafi numerati, scritta in forma di argomentazione continua, senza illustrazioni e quasi senza terminologia tecnica.

Il saggio nasce dal viaggio in Italia (1786–1788). Nell'orto botanico di Padova Goethe osservò una palma a ventaglio, Chamaerops humilis, le cui foglie passavano gradualmente dalla forma intera, alla base, a quella profondamente divisa: la pianta è ancora oggi conosciuta come «palma di Goethe». A Palermo, nel giardino pubblico, cercò la cosiddetta Urpflanza, la «pianta originaria» da cui tutte le altre potessero essere derivate. Durante il viaggio di andata aveva attraversato anche il nostro territorio: dal lago di Garda (a Malcesine fu fermato perché sospettato di essere una spia mentre disegnava il castello) a Verona, dove visitò fra l'altro il Giardino Giusti.

L'accoglienza del 1790 fu fredda: i botanici diffidavano di un poeta, e i lettori di Goethe non si interessavano di botanica. Nel 1831 l'autore ripubblicò il saggio con la traduzione francese a fronte (curata dallo svizzero Frédéric Soret), aggiungendo le due appendici e lo scritto sulla tendenza spirale: è da questa edizione che deriva la traduzione italiana presente nel sito.

2. La tesi centrale

L'idea di fondo si enuncia in poche righe: tutti gli organi laterali che una pianta produce lungo il suo asse, dai cotiledoni alle foglie del fusto, dai sepali ai petali, dagli stami al pistillo, fino alle parti del frutto, sono manifestazioni diverse di un unico organo fondamentale, che Goethe chiama per comodità «foglia». Non intende la foglia verde concreta, ma un organo ideale di cui la foglia verde è soltanto la forma più comune.

Nell'Introduzione (§ 1–9) Goethe distingue tre tipi di metamorfosi:

metamorfosi regolare o progressiva
La trasformazione normale, graduale, che porta la pianta dai cotiledoni al fiore e al frutto: è l'oggetto principale del saggio.
metamorfosi irregolare o regressiva
Il processo inverso, in cui la pianta «torna indietro» di uno o più gradini: è il caso dei fiori doppi, in cui gli stami diventano petali, o dei fiori da cui spunta un nuovo germoglio fogliato.
metamorfosi accidentale
Le deformazioni causate dall'esterno, soprattutto dagli insetti (le galle): Goethe la cita e la esclude dalla trattazione.

La scelta di dare tanta importanza alle anomalie è metodologicamente decisiva: le forme «mostruose», che la botanica del tempo trattava come curiosità, diventano per Goethe la prova che organi apparentemente diversissimi sono in realtà intercambiabili.

3. Il ritmo della pianta: espansione e contrazione

Goethe descrive lo sviluppo della pianta annuale come un'alternanza di tre espansioni e tre contrazioni:

FaseMovimentoChe cosa accade
CotiledonicontrazioneFoglie semplici, spesse, poco differenziate, già racchiuse nel seme.
Foglie del fustoespansioneDa nodo a nodo le foglie si allargano, si dividono, si complicano.
CalicecontrazioneLe foglie si raccolgono attorno a un unico punto e si riducono nei sepali.
CorollaespansioneI petali si allargano di nuovo, perdono il verde, acquistano colore e profumo.
Stami e pistillocontrazioneIl massimo raccoglimento: organi sottili destinati alla riproduzione.
FruttoespansioneIl pistillo fecondato si ingrossa e forma il frutto.
SemecontrazioneTutta la vita della pianta si concentra di nuovo in un punto, pronta a ricominciare.

Per spiegare questo andamento Goethe ricorre a un'ipotesi fisiologica: via via che la pianta cresce, i succhi nutritivi verrebbero «filtrati» e resi più puri, e sarebbe questo affinamento a consentire la formazione di organi sempre più delicati, fino a quelli riproduttivi. Un eccesso di nutrimento, al contrario, riporterebbe la pianta indietro, verso la produzione di foglie (come nelle proliferazioni). Questa parte esplicativa è la più debole del saggio ed è oggi superata (vedi § 6).

4. Il percorso del saggio, capitolo per capitolo

Dal seme al fiore (capitoli I–III)

I cotiledoni sono già foglie, anche se rozze e cariche di sostanze nutritive; nelle piante che li portano fuori dal terreno diventano spesso verdi. Le foglie del fusto, nodo dopo nodo, diventano più grandi e articolate, con margini dentati e lamina divisa. Poi, quando la pianta si prepara a fiorire, gli internodi si accorciano e le foglie si fanno più piccole e semplici: il passaggio allo stato di fioritura è annunciato da questa riduzione.

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Il fiore (capitoli IV–IX)

Il calice è formato dalle stesse foglie del fusto, accostate in cerchio attorno all'asse e a volte saldate fra loro. La corolla è una nuova espansione, con foglie che si colorano; Goethe cita molti casi in cui petali e foglie si confondono. Gli stami derivano dai petali, come dimostrano i fiori doppi in cui la trasformazione è visibile in tutte le fasi intermedie (i petali con un'antera sul margine, gli stami appiattiti). I nettari sono per lui organi di passaggio fra petali e stami. Anche lo stilo e lo stigma del pistillo, per quanto trasformati, rivelano un'origine fogliare.

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Frutto e seme (capitoli X–XII)

Le capsule e i baccelli sono foglie ripiegate e saldate lungo i margini, sui quali si inseriscono i semi: il legume del pisello, aperto, mostra ancora la forma di una foglia. Anche gli involucri del seme sono di natura fogliare. Il capitolo XII ricapitola l'intero ciclo delle sei fasi.

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Gemme, infiorescenze, proliferazioni (capitoli XIII–XVI)

Ogni gemma all'ascella di una foglia è una pianta in miniatura, capace di ripetere l'intero ciclo. Da qui Goethe passa ai fiori e ai frutti composti (come i capolini delle Composite, oggi Asteracee) e a due casi teratologici esemplari: la rosa prolifera, dal cui centro spunta un nuovo fusto con foglie e un secondo fiore, e il garofano prolifero, che riprende il ciclo vegetativo dopo la fioritura. Per Goethe sono la dimostrazione visibile della sua teoria.

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Linneo e il riepilogo finale (capitoli XVII–XVIII)

Linneo aveva proposto la teoria dell'«anticipazione» (prolepsis): il fiore sarebbe il prodotto di sei anni di foglie compressi in una sola stagione. Goethe apprezza l'intuizione del legame fra foglie e fiore ma respinge la spiegazione, che giudica inadatta alle piante annuali. Il Riepilogo ribadisce il principio unitario e ne mostra la portata: con un solo organo e le sue trasformazioni si spiega tutta la varietà delle forme vegetali.

leggi cap. XVIIleggi cap. XVIII

Le appendici del 1831 e la tendenza spirale

Nella prima appendice Goethe racconta la storia dei suoi studi: la lettura di Linneo, i rapporti con Rousseau botanico, le passeggiate di raccolta, il viaggio in Italia. Nella seconda raccoglie le reazioni al saggio nei quarant'anni successivi e le conferme ricevute dai botanici. Lo scritto sulla tendenza spirale, dell'ultimo periodo, integra la teoria: nella pianta agirebbero una tendenza verticale, che la spinge a crescere verso l'alto, e una tendenza spirale, visibile nella disposizione delle foglie sul fusto e nei viticci. Goethe era stato stimolato dalle ricerche di Carl Friedrich Schimper e Alexander Braun sulla disposizione delle foglie, citati nel testo.

leggi Appendice Ileggi Appendice IIleggi Tendenza spirale

5. Il metodo: vedere l'idea nelle forme

Goethe è considerato uno dei fondatori della morfologia, termine che egli stesso introdusse per indicare lo studio della forma degli esseri viventi e delle sue trasformazioni. Il suo metodo si fonda su un'osservazione paziente delle serie di forme intermedie, che rivelano la continuità dove l'occhio vede solo differenze. Il celebre episodio del 1794 con Friedrich Schiller ne mostra il carattere: quando Goethe gli descrisse la pianta originaria, Schiller obiettò che non si trattava di un'esperienza, ma di un'idea. La Urpflanza non è infatti una specie reale da trovare in un giardino, ma un modello, un «tipo» con cui pensare tutte le piante.

È una scienza diversa da quella che si stava affermando: qualitativa, fondata sull'intuizione della forma più che sulla misura, e poco interessata alle cause fisiche e chimiche. Proprio per questo il saggio fu a lungo ammirato dai filosofi e guardato con sospetto dagli sperimentali.

6. Che cosa regge e che cosa no

Intuizioni confermateTesi superate o da ridimensionare
Gli organi del fiore sono omologhi alle foglie: si formano dallo stesso tipo di abbozzo lungo l'asse del germoglio. La genetica dello sviluppo lo ha confermato: nel modello detto «ABC» (dal nome delle tre classi di geni che definiscono l'identità di sepali, petali, stami e carpelli, proposto da Coen e Meyerowitz nel 1991), se si disattivano tutte e tre le funzioni il fiore è formato solo da organi simili a foglie.La «foglia» non è l'organo primitivo da cui derivano gli altri: nell'evoluzione delle piante vascolari le foglie delle felci e delle piante a seme derivano, secondo l'interpretazione più accreditata, da sistemi di rami appiattiti. Goethe descrive un'omologia, non un'origine storica.
Le anomalie (fiori doppi, proliferazioni, fillodie) sono una chiave per capire lo sviluppo normale: oggi i mutanti sono lo strumento principale della biologia dello sviluppo.La spiegazione con i «succhi più raffinati» è infondata: il passaggio alla fioritura è regolato da segnali ormonali e genetici, dal fotoperiodo e dalla temperatura, non dal filtraggio della linfa.
La regolarità della disposizione delle foglie (fillotassi), su cui insiste la tendenza spirale, è un fenomeno reale e ampiamente studiato.Le due «tendenze», verticale e spirale, sono concetti speculativi, non forze misurabili.
L'idea di un «tipo» comune dietro la varietà delle forme ha preparato il terreno al concetto di omologia, che Darwin reinterpretò come segno di discendenza comune.Goethe non è un evoluzionista: la sua metamorfosi è una trasformazione ideale e ripetuta in ogni individuo, non un cambiamento storico delle specie.

Va ricordato infine che l'idea non era del tutto nuova: il medico e naturalista Caspar Friedrich Wolff aveva già sostenuto nel 1759 la natura fogliare degli organi fiorali. Goethe lo scoprì dopo aver scritto il saggio e gliene diede riconoscimento negli scritti successivi.

7. La fortuna dell'opera

Dopo l'accoglienza iniziale fredda, la teoria si affermò nei primi decenni dell'Ottocento, anche per l'opera del botanico ginevrino Augustin Pyramus de Candolle, che con la sua teoria della simmetria dei fiori giunse per altra via a conclusioni simili (è probabilmente il «famoso botanico» che, come ricorda la seconda appendice, non conosceva il lavoro di Goethe). Pierre Jean François Turpin, citato in epigrafe alla prima appendice, ne illustrò l'edizione francese del 1837. A metà Ottocento la metamorfosi era ormai, come osserva Goethe stesso nella seconda appendice, un capitolo obbligato dei manuali di botanica; il termine «metamorfosi» per indicare le trasformazioni degli organi vegetali (spine, viticci, fillodi, tuberi) è ancora in uso. In Italia la teoria fu discussa fra gli altri da Vincenzo Cesati, citato nella premessa del traduttore.

Il saggio è rimasto un testo di riferimento per la storia della biologia, per la filosofia della natura e, al di fuori della scienza, per correnti come l'antroposofia di Rudolf Steiner, che ne curò le edizioni: un uso che va però tenuto distinto dal valore botanico dell'opera.

Per un primo inquadramento generale si può consultare anche la voce «Metamorfosi delle piante» di Wikipedia.

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